Edizione #49
Questa settimana un uomo dà la caccia a una mosca per un'intera notte e finisce per raccontare la verità che non aveva mai detto a nessuno.
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #49
Sabato 11 Luglio 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Luglio porta con sé due rituali molto meno epici di quanto la stagione vorrebbe far credere: la dichiarazione dei redditi (un esercizio di archeologia personale in cui riscopri quanto hai speso a marzo e giuri, ancora una volta, di tenere meglio i conti) e la pulizia dell’armadio, con annessa scoperta che tre magliette sono passate dal blu notte a un grigio indefinito che nessuna lavatrice ha mai osato promettere. È la versione domestica del decadimento radioattivo: lento e silenzioso, finché non apri il cassetto e ti trovi davanti al prodotto finale.
Nel frattempo è già passato quasi un anno dalle prime parole che ho provato a scrivere qui e che magari avete letto (senza perdervi chissà cosa, diciamocelo, ma insomma, siamo ancora qui).
Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In Questo Numero
Questa settimana un uomo dà la caccia a una mosca per un’intera notte e finisce per raccontare la verità che non aveva mai detto a nessuno. Poi c’è un inventore che ha messo la firma su miliardi di transistor e scopre, all’apice del successo, di non avere idea di chi sia davvero. Un inno nazionale che tutti liquidano come una marcetta si rivela, se eseguito come andrebbe, un piccolo capolavoro operistico; un cavallo senza nome attraversa un deserto dove per una volta si può ricordare chi si è. Chiude Wikipedia, che ascoltata invece che letta suona come il respiro di mezzo mondo che discute con se stesso.
La Riflessione della Settimana
La mosca non era il problema
Ognuno porta un’ombra, e meno essa è incarnata nella vita cosciente dell’individuo, più è nera e densa. Carl Gustav Jung, Psicologia e religione (1938).
Walter White passa un’intera notte a dare la caccia a una mosca entrata nel laboratorio sotterraneo in cui lavora. Arriva a pressurizzare l’ambiente, sale su un tavolo con una racchetta improvvisata, tiene sveglio il suo collega esausto fino all’alba, tutto per eliminare un insetto che pesa meno di un decimo di grammo e non ha mai rappresentato un pericolo per nessuno. È una delle puntate più discusse di Breaking Bad, “Caccia Grossa” (2010), e la parte interessante non è la mosca. È perché un uomo che ha già ucciso, mentito, manipolato mezza città, per una notte intera non riesce a tollerare un insetto in una stanza.
Una mosca da meno di un grammo che innesca insonnia e, alla fine, una confessione: la sproporzione è quasi comica, e in fondo prevedibile. Le reazioni a catena, in fisica come nelle vite delle persone, hanno sempre bisogno di poco per partire.
Perché ne parlo: perché quella notte, mentre la caccia si trasforma in una veglia forzata, Jesse finisce per mettere un sonnifero nel caffè di Walt per farlo riposare, e Walt, sedato, comincia a dire cose che non aveva mai detto a nessuno: il rimpianto di non essere morto prima che tutto degenerasse, il rimorso mai affrontato per la morte di Jane. La mosca, a quel punto, smette di essere una mosca. Diventa l’unico spazio dove una colpa senza altro sfogo può finalmente muoversi.
Il meccanismo ha radici antiche. Nel Levitico si descrive un rituale in cui la comunità trasferiva simbolicamente le proprie colpe su un capro, poi scacciato nel deserto (da lì il nome “capro espiatorio”). Nell’Atene classica esisteva una pratica simile, il pharmakos: nei momenti di crisi la città individuava una vittima su cui scaricare la responsabilità del disastro collettivo, per poi espellerla e ricompattarsi. Molti secoli prima di Walter White, il meccanismo era già chiaro: quando la colpa reale è troppo grande o troppo diffusa per essere affrontata, se ne trova una più piccola e più maneggevole, e ci si accanisce su quella. Freud lo chiamava spostamento: l’energia psichica legata a un’idea inaccettabile migra verso un’idea meno pericolosa, che ne diventa bersaglio al posto dell’originale. Chiunque abbia mai litigato per un piatto lasciato nel lavandino sapendo benissimo che il problema vero era un altro, riconosce la stessa identica dinamica, solo in scala domestica invece che criminale.
C’è un secondo movimento nella puntata, meno notato del primo. Mentre Walt dorme sedato, è Jesse a occuparsi di lui: lo sistema sul divano, lo copre, manda avanti da solo il lavoro dell’intera giornata. Per una notte il rapporto di potere tra i due, quasi sempre a favore di Walt, si inverte senza che nessuno dei due lo dichiari. È lo stesso meccanismo dei Saturnali romani, la festa che per qualche giorno all’anno metteva schiavi e padroni a tavola insieme e ne invertiva i ruoli: non aboliva la gerarchia, la sospendeva abbastanza a lungo da renderla visibile a chi la subiva ogni altro giorno dell’anno.
Nella #35 citavo Oscar Wilde: “l’uomo è meno se stesso quando parla in prima persona; dategli una maschera e vi dirà la verità”. Qui succede quasi il contrario, e in fondo la stessa cosa: a Walt non viene data una maschera, gliene viene tolta una (la sedazione lo disarma), e proprio in quel momento, senza più controllo su di sé, dice la verità che teneva sotto chiave da mesi.
Forse la domanda utile non è perché ci accaniamo su una mosca. È: qual è, nella vita reale di ciascuno, la mosca a cui diamo la caccia da settimane per non dover ammettere cosa ci sta davvero tenendo svegli la notte?
Breaking Bad è disponibile su Netflix. Se avete problemi a dormire, un re-watch potrebbe essere la soluzione che fa per voi.
Scoperte & Curiosità
La lettura intelligente
Il filosofo che ha inciso le sue iniziali su un microprocessore
Federico Faggin ha firmato, letteralmente: sui primi esemplari dell’Intel 4004 (1971), il primo microprocessore commerciale della storia, incise le proprie iniziali “FF”, perché fu il primo a riuscire a far stare un’intera CPU in metà dello spazio ritenuto necessario fino ad allora. È anche l’uomo dietro la tecnologia Silicon Gate su cui letteralmente si fondò Intel, e dietro il touchpad che ancora oggi molti laptop usano al posto del mouse. In un’intervista lunga quasi due ore, Faggin racconta però una seconda vita meno nota della prima: nel 1990, all’apice del successo materiale (famiglia, salute, denaro, riconoscimento), si accorse di “fingere di essere contento”, e una notte a Lake Tahoe visse un’esperienza che gli cambiò la traiettoria. Da allora ha dedicato oltre trent’anni allo studio scientifico della coscienza, arrivando a sostenere una tesi controcorrente: la coscienza non sarebbe un prodotto del cervello, ma una proprietà fondamentale dell’universo, precedente alla materia stessa.
È lo stesso Faggin, va detto, a offrire il giudizio più tagliente sull’intelligenza artificiale in circolazione oggi: la chiama “cognizione artificiale”, perché manipola simboli senza comprenderli. Quando un modello linguistico deve scegliere la parola successiva tra alternative ugualmente probabili, sostiene, non potendo capire il significato sceglie con un generatore di numeri casuali; noi sceglieremmo con la coscienza. È la stessa tesi controcorrente della sua teoria sulla coscienza, non una descrizione condivisa dalla comunità scientifica. Detta da chi ha passato la vita a costruire l’hardware su cui gira tutta l’informatica moderna, suona comunque diversa: resta comunque un’opinione tra le tante.
Dopo l’intervista, la lettura dei suoi libri diventa quasi indispensabile per comprendere meglio la sua storia e le sue idee.
Fonte: Federico Faggin al BSMT, intervista integrale
Intrattenimento (Mica) Banale
Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)
Due attori, un laboratorio, e nient’altro
Restiamo un attimo su Breaking Bad, ma cambiamo completamente angolazione. “Caccia Grossa” è, dal punto di vista produttivo, un caso di scuola: un bottle episode, girato quasi interamente in un solo ambiente (il laboratorio sotterraneo), con il cast ridotto all’osso: due soli attori in scena, l’unica puntata di tutta la serie con solamente due personaggi presenti. Un vincolo quasi sempre dettato da esigenze di budget a metà stagione che qui diventa scelta creativa: senza altri personaggi a cui appoggiarsi, la scrittura (di Sam Catlin e Moira Walley-Beckett, con la regia di Rian Johnson, che diventerà poi noto per Knives Out) deve reggersi interamente sul dialogo e sulla tensione tra Walt e Jesse. Funziona, ed è la controprova migliore di quanto la relazione tra i due protagonisti fosse, da sola, sufficiente a portare avanti un’intera puntata.
Il video che vale la pena
Fratelli d’Italia è un’opera lirica, non una marcetta
C’è un talk TEDx del 2017 (Michele D’Andrea) che demolisce con pazienza uno dei pregiudizi più radicati che gli italiani hanno verso se stessi: l’inno nazionale sarebbe “una marcetta”, modesta se confrontata con la solennità di altri inni.
La tesi è tecnica: il difetto non sta nella composizione di Michele Novaro (1847), ma nell’assenza di uno standard esecutivo condiviso. Fratelli d’Italia è, musicalmente, una cabaletta: il finale d’atto del melodramma ottocentesco, tromba trionfale compresa, scritto da un uomo di teatro (Novaro lavorava nei teatri torinesi) che musicò il testo di Mameli senza mai incontrarlo di persona. Le note ribattute che tutti riducono a un banale “po po po” sono in realtà colpi ritmici pensati per colpire l’ascoltatore; il “sì” finale che chiude la strofa non compare nemmeno nella poesia originale di Mameli, è un’aggiunta dello stesso Novaro.
Riascoltato con questa chiave, l’inno smette di essere la marcetta che marcia insieme alla bandiera (secondo D’Andrea l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo a far sfilare la bandiera sulle note del proprio inno, da cui la percussione pesante che lo appesantisce) e torna a essere quello che era nato per essere: una scena.
Vedi: Perché l’inno italiano non fa schifo (TEDx Modena).
La Colonna Sonora
A Horse With No Name (America)
L’ho riascoltata per caso questa settimana (complice il re-watch di Breaking Bad) e mi sono accorto di non aver mai letto davvero il testo: solo canticchiato il ritornello con quel “la la la” che tutti conoscono e nessuno saprebbe spiegare.
Scritta da Dewey Bunnell (titolo di lavorazione: “Desert Song”), racconta un viaggio di nove giorni nel deserto in sella a un cavallo senza nome, in tre tappe: l’arrivo, la traversata, l’approdo a un “mare” che si scopre a sua volta deserto. Il verso chiave arriva presto: nel deserto “si può ricordare il proprio nome”, perché non c’è nessuno a farti del male. Da qui l’equivoco che accompagna la canzone da più di cinquant’anni, la lettura come metafora dell’eroina, smentita più volte da Bunnell nel corso degli anni (lui parla di ricordi d’infanzia in Arizona e New Mexico).
Resta comunque, credo, l’immagine più bella del pezzo: un posto spogliato di tutto il resto, dove per una volta ci si può permettere di essere semplicemente se stessi.
Ascolta: A Horse With No Name, America
& Un’Altra Cosa
C’è un sito, Listen to Wikipedia, che trasforma in tempo reale le modifiche fatte su Wikipedia in un paesaggio sonoro: una campana per ogni aggiunta, una corda pizzicata per ogni cancellazione, il tono che varia con la dimensione della modifica, i contributori anonimi rappresentati in verde e i bot in viola. Aprilo in una scheda di sfondo mentre fai altro e diventa rumore bianco stranamente ipnotico; guardalo per un minuto intero e diventa qualcos’altro: la prova sonora che la conoscenza collettiva si sta riscrivendo da sola, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza che nessuno la stia guardando davvero.
Nei giorni di notizie clamorose (un terremoto, la morte di qualcuno di molto noto) il paesaggio sonoro smette di essere ambient e diventa una tempesta di campanelli: la versione uditiva di quello che succede quando migliaia di persone aggiornano la stessa pagina nello stesso minuto.
Ipnotico? Assolutamente. È lì, sempre, un po’ come la mosca di Walter White: basta fermarsi un attimo e ascoltare per accorgersi di quanto rumore facciano le cose che di solito diamo per scontate.
Prova qui: Listen to Wikipedia
Prima Di Salutarci…
E anche questa settimana è fatta! Tra una mosca, un microprocessore, un inno nazionale frainteso e un deserto, il filo che le tiene insieme, se vi va di cercarlo, è quello delle cose che restano nascoste finché qualcosa (l’insonnia, la sedazione, un’esecuzione fedele alla partitura, il fermarsi ad ascoltare) non le fa emergere. La prossima è la cinquantesima edizione, quindi se avete una mosca personale da raccontarmi, ora è il momento buono.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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