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Edizione #40

Il libro che sto leggendo mi ha convinto che forse sto usando il verbo sbagliato da anni, i sub hanno una buona ragione logistica per tuffarsi al contrario (più una battuta che gira da decenni),

Edizione #40

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #40

Sabato 09 Maggio 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

La primavera, si sa, è la stagione dell’ottimismo climatico mal riposto. Qualche temporale e una pioggia battente hanno ricordato a tutti che “sembra stia arrivando il bello” non è una promessa vincolante della natura. Nel frattempo, le giornate si allungano con la silenziosa regolarità di un fenomeno astronomico che non chiede permesso ai meteorologi, e le belle passeggiate sono tornate a essere una routine quasi quotidiana. La camminata come tecnologia di pensiero: sottovalutata, senza notifiche, compatibile con qualsiasi sistema operativo.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Il libro che sto leggendo mi ha convinto che forse sto usando il verbo sbagliato da anni, i sub hanno una buona ragione logistica per tuffarsi al contrario (più una battuta che gira da decenni), la trama politica de Il Diavolo Veste Prada è molto più cinica di quanto ricordaste, e Liberato canta il Nove Maggio proprio oggi che è il nove maggio. Coincidenza? Probabilmente sì. Ma è una coincidenza così precisa che sarebbe stato un crimine non menzionarla.

Copertina Edizione #40

La Riflessione della Settimana

Da “devo farlo” a “scelgo di farlo”: il piccolo cambio linguistico che riscrive la motivazione

C’è un esperimento degli anni Settanta che ha cambiato il modo in cui la psicologia guarda alla motivazione. Non si tratta di qualcosa di spettacolare: niente scimmie con caschi elettronici o topi che risolvono labirinti sotto pressione. Al contrario, un professore canadese di nome Albert Bandura ha convinto qualche anno di studenti a scalare pareti, sollevare pesi e completare test difficili semplicemente cambiando quello che pensavano di se stessi prima di iniziare.

L’autoefficacia, termine che Bandura ha coniato nel 1977, non è autostima (che misura quanto ti vuoi bene) e non è ottimismo (che misura quanto pensi che le cose andranno bene in generale). È qualcosa di più preciso e, per certi versi, più utile: la convinzione di poter raggiungere un obiettivo specifico. Puoi sentirti una persona di scarso valore in generale e avere un’autoefficacia altissima nella risoluzione di un bug CSS. Oppure il contrario, che è un’esperienza ugualmente diffusa e non necessariamente più piacevole.

La cosa interessante è che l’autoefficacia non è fissa. Bandura ha identificato quattro fonti per alimentarla: la pratica diretta con piccoli risultati accumulati nel tempo, l’osservazione di persone simili a te che hanno successo, l’incoraggiamento di chi crede nelle tue capacità, e gli stati fisici ed emotivi (il fatto, cioè, che un corpo calmo e non in allarme tenda a performare meglio di uno sotto stress). C’è poi un meccanismo che non compare nell’elenco originale ma che trovo particolarmente efficace: l’effetto protegé. Funziona così: spiegare qualcosa a qualcun altro ti obbliga a capirlo davvero. Chi insegna, impara. I latini lo sapevano già (“Qui docet discit”), ma ci voleva uno studio di Stanford del 2009, un avatar digitale e dati misurabili in percentuale per renderlo scientificamente rispettabile.

Tutto questo mi è tornato in mente leggendo “Il Metodo Feel Good” di Ali Abdaal, che dedica un capitolo intero al concetto di potere inteso non come dominio sugli altri, ma come capacità di controllare la propria esperienza del lavoro. Il punto più sottile, quello che mi ha colpito di più, è la distinzione tra i verbi che usiamo quando pensiamo alle nostre responsabilità.

Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti e fondatore della logoterapia, scriveva:

Tutto può essere tolto a un uomo, eccetto una cosa: l’ultima delle libertà umane, scegliere il proprio atteggiamento davanti a qualsiasi serie di circostanze, scegliere la propria strada.

Nel contesto di Frankl, questa frase porta un peso specifico che rende qualsiasi parafrasi inadeguata. Ma il principio che descrive ha una versione quotidiana, quasi banale: sostituire “devo fare questa cosa” con “scelgo di fare questa cosa” non cambia la cosa che devi fare. Cambia chi sei rispetto a quella cosa.

Non è magia motivazionale da calendario da bagno. C’è una meccanica psicologica precisa dietro: quando senti di scegliere, attivi il senso di autonomia, che è uno dei driver fondamentali della motivazione intrinseca secondo la teoria dell’autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan (1985). Quando senti di dover fare qualcosa per forza esterna, la motivazione cala anche se l’azione è identica. Lo stesso compito, due percezioni, due esperienze completamente diverse.

Il caso Netflix è diventato l’esempio canonico di chi racconta queste dinamiche in contesti aziendali. Nel settembre 2000, Netflix era in perdita e cercava acquirenti: si offrì a Blockbuster per 50 milioni di dollari. Blockbuster disse no, ridendo. Dieci anni dopo, Blockbuster era fallita. Netflix, nel frattempo, è arrivata a valere trecento miliardi. La parte interessante non è la traiettoria economica (quella è prevedibile a posteriori con la chiaroveggenza tipica del senno di poi), ma la cultura che Reed Hastings aveva costruito internamente: dipendenti con piena autonomia sulle proprie giornate, responsabili solo dei risultati. Persone che sceglievano come fare il loro lavoro, non solo cosa fare.

La riflessione che mi ha lasciato il capitolo non è tecnica: è che buona parte di quello che chiamo “obbligo” è in realtà una scelta che ho già fatto, e che mi sto raccontando in modo sbagliato. Se la prossima volta che aprite la posta indesiderata del lunedì mattina vi viene in mente (anche solo per trenta secondi) di dire “scelgo di rispondere a questa mail perché tengo a quello che faccio”, allora Bandura, Deci, Ryan e Frankl avranno fatto il loro lavoro. Se non funziona, almeno avete una battuta interessante da tirare fuori a cena.


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

Perché i sub si tuffano di schiena? È una di quelle domande che chiunque abbia guardato un documentario sui fondali marini avrà sicuramente fatto, e poi dimenticato immediatamente. La risposta tecnica è più interessante di quanto sembri: il GAV (giubbotto ad assetto variabile) gonfiato rende impossibile un tuffo in avanti controllato, la maschera e l’erogatore vanno protetti dall’impatto con l’acqua, e la geometria della barca fa sì che il sub sia già seduto con la schiena verso il mare. Rotolare all’indietro è la via più naturale e sicura. Esiste anche un’alternativa, il “giant stride” (un passo gigante in avanti dal bordo), ma solo quando il sub è in piedi e non seduto sul bordo.

La risposta famosa, però, è un’altra, ed è in circolazione da così tanto tempo da essere ormai canonizzata come barzelletta ufficiale del mondo della subacquea: “Perché se si tuffassero in avanti, cadrebbero nella barca.” Non so chi l’abbia formulata per primo, ma funziona ogni volta.

La lettura intelligente

“Il coraggio di essere mediocri” (elledare.substack.com) è un articolo che racconta un fallimento letterario personale per fare un punto più generale: l’ossessione per la perfezione immediata è l’ostacolo principale a qualsiasi crescita creativa. La tesi centrale è che la mediocrità non è un verdetto definitivo, è un punto di partenza obbligato. Ogni abilità, dalla scrittura allo sport, richiede anni di tentativi imperfetti prima di raffinarsi.

Il parallelo con la pallavolo è quello che mi ha convinto di più: in uno sport fisico, nessuno si aspetta che un principiante esegua una schiacciata perfetta alla prima sessione. Nella scrittura, per qualche ragione, ci aspettiamo che il primo testo esca già bello. L’articolo cita Chuck Palahniuk (autore di Fight Club) come esempio di scrittore di fama che frequenta corsi tecnici e lavora con metodo rigoroso, non per ispirazione pura.

C’è una connessione non dichiarata con la riflessione di questa settimana: l’autoefficacia cresce attraverso la pratica accumulata, non aspettando di “sentirsi pronti.” Il coraggio di essere mediocri è, in fondo, il coraggio di iniziare il processo.


Intrattenimento (Mica) Banale

La trama politica che non ricordavate

Il Diavolo Veste Prada è uscito vent’anni fa ed è uno di quei film che tutti credono di aver già capito: Miranda Priestly è il boss terrificante, Andy è la protagonista che si perde e si ritrova, la moda è bella e il prezzo del successo è alto. Fine.

Ma c’è una sottotrama politica nel terzo atto che, rivista oggi, è sorprendentemente sofisticata. Mentre il team è a Parigi per la Fashion Week, Andy scopre che Irv Ravitz, il CEO della casa editrice, sta tramando per rimuovere Miranda dalla direzione di Runway e sostituirla con Jacqueline Follet, la direttrice dell’edizione francese. Esiste già una bozza di copertina con il nuovo nome.

Miranda è perfettamente informata, ovviamente. La sua risposta è una mossa che vale la pena studiare: usa la propria influenza sullo stilista James Holt per dirottare su Jacqueline Follet il ruolo che aveva promesso a Nigel, il suo collaboratore più fedele. Jacqueline, ora “occupata” con Holt, esce dalla corsa per Runway. Nigel viene sacrificato da chi si fidava di più, con la cura chirurgica di chi ha pianificato ogni mossa almeno due settimane prima.

Per chiudere il cerchio, Miranda porta sul tavolo con Irv “La Lista”: i nomi di tutti i professionisti della moda che lei ha lanciato nel corso degli anni, ciascuno dei quali ha promesso di seguirla in qualsiasi altra pubblicazione in caso di sua uscita. È un ricatto velato e chiarissimo: se la cacci, porti Runway all’irrilevanza.

Irv non ha scelta. Miranda resta.

La scena successiva è quella in cui Miranda spiega tutto ad Andy in limousine e le fa notare, con fredda lucidità, che Andy ha fatto la stessa cosa a Emily pochi giorni prima. “Vedo molto di me stessa in te.” Andy getta il telefono di lavoro in una fontana. Scelta comprensibile, e probabilmente anche la più onesta che potesse fare in quel momento.


La Colonna Sonora

Nove Maggio, di Liberato

Oggi è il nove maggio. La colonna sonora di questa settimana è “Nove Maggio” di Liberato. La coincidenza era troppo precisa per ignorarla.

Liberato è un artista napoletano la cui identità è rimasta anonima dalla prima uscita discografica nel 2016. Canta in napoletano, produce un mix di pop elettronico e nostalgia mediterranea che è difficile da categorizzare e molto facile da mettere su repeat. La voce è quella di qualcuno che sembra stia raccontando qualcosa di molto personale, anche quando non si capisce ogni parola. Il mistero sull’identità, invece di essere un gimmick, sembra aggiungere un livello di coerenza al progetto: è come se l’anonimato fosse parte del suono.

“Nove Maggio” è costruita attorno a una data che diventa un punto fisso, un riferimento al quale tornare. Il ritmo è circolare, la melodia si sovrappone a se stessa, il senso di qualcosa che finisce senza finire del tutto è costante. Non è una canzone allegra, ma ha quella malinconia funzionale che non pesa e che non chiede di essere risolta.

Il nove maggio, tra l’altro, è una data che in Italia porta un peso preciso: il 9 maggio 1978 fu trovato il corpo di Aldo Moro, cinquantacinque giorni dopo il sequestro delle Brigate Rosse. Oggi è la Giornata della Memoria delle Vittime del Terrorismo. Liberato probabilmente convive con questa sovrapposizione di significati. Come dicevo: le date accumulano peso nel tempo. Anche senza volerlo.


& Un’Altra Cosa

Walkman.land

Walkman.land è un sito dove le persone pubblicano foto dei loro walkman e lettori cassette, con marca, modello e, a volte, il nastro inserito al momento dello scatto.

Questo è tutto quello che fa. È un archivio fotografico della tecnologia analogica di consumo degli anni Ottanta e Novanta, curato da utenti che evidentemente hanno ancora quei dispositivi in qualche cassetto e la voglia di tirarli fuori, fotografarli e condividerli con sconosciuti su internet. Un gesto che ha una sua logica particolare: si fa più fatica a condividere una fotografia di un vecchio walkman che a pubblicare qualsiasi altra cosa, eppure qualcuno lo fa.

La sezione “Wrong tape” raccoglie i casi in cui il nastro dentro il lettore è palesemente sbagliato rispetto all’etichetta esterna: la compilation fatta a mano dentro la custodia originale di un album ufficiale, o il contrario.

Non sono sicuro di cosa dica di noi, come specie, il fatto che esista un archivio dedicato a questo specifico fenomeno. Ma ho guardato le foto per più tempo di quanto sia disposto ad ammettere pubblicamente. C’è qualcosa di molto preciso in quegli oggetti: un walkman degli anni Ottanta comunica immediatamente un’epoca, un contesto, una qualità dell’attenzione che funzionava diversamente. Nessun algoritmo, nessuna notifica, nessuna raccomandazione. Solo il nastro che girava, e la batteria che si scaricava con la puntualità di un evento astronomico atteso da tutti e previsto da nessuno.

Indirizzo: walkman.land/wall/all


Prima di Salutarci…

E anche questa settimana è fatta!

Con questa arriviamo all’edizione numero quaranta. Quaranta sabati di link raccolti, riflessioni abbozzate e brani scelti con più cura di quanto sembri dall’esterno. Grazie per essere ancora qui.

Se qualcosa di questa edizione vi ha incuriosito o fatto pensare, condividerla con qualcuno che potrebbe apprezzarla è il modo migliore per tenerla in vita un po’ più a lungo.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.

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