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Edizione #45

Si parte verso la Luna per voltarsi a guardare casa: la Terra illuminata non dal Sole ma dalla Luna piena. Più una cometa forse più vecchia del Sole, una valigia che obbedisce alla geometria e un film di fantascienza ai raggi X.

Edizione #45

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #45

Sabato 13 Giugno 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Siamo a metà giugno, l’estate ormai si vede a occhio nudo, e con il primo caldo serio è arrivata puntuale la voglia di ferie. Peccato che il calendario sia di tutt’altro avviso: per le valigie è ancora troppo presto, e la mia tolleranza alle alte temperature ha la stessa curva di efficienza di un processore senza dissipatore (oltre una certa soglia, throttling totale e nessuna voglia di fare niente). Nel frattempo continuo a dilettarmi nella scrittura, che è il modo elegante per dire che passo le sere a spostare virgole avanti e indietro fingendo che sia produttività.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite, magari ghiacciato) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Si parte verso la Luna per voltarsi subito a guardare casa: una fotografia della Terra illuminata non dal Sole ma dalla Luna piena, e la scoperta poco glamour che la scienza vera di una missione comincia quando i riflettori si spengono. Poi una cometa più vecchia del Sole (e forse non solo), una valigia che obbedisce alla geometria molto meglio di me, e un astrofisico che mette i voti a un film di fantascienza con il cronometro alla mano. La copertina è qui sotto: guardatela con calma, ha più dettagli di quanto sembri.

Copertina Edizione #45

La Riflessione della Settimana

Il carico utile arriva dopo

Il 2 aprile 2026, pochi minuti dopo la manovra che spinge la navicella Orion fuori dall’orbita terrestre e la lancia verso la Luna, un astronauta di Artemis II fa una cosa che non era nel piano di volo: si gira e fotografa casa. Ma non la Terra delle solite cartoline spaziali, illuminata dal Sole. Questa è la Terra al chiaro di luna, un disco pieno acceso soltanto dalla luce che la Luna piena le rimanda indietro. Per catturarla l’equipaggio porta la fotocamera a ISO 51.200 (la fotografia diurna ne usa 100 o 200, due o tre ordini di grandezza in meno). Nello stesso fotogramma stanno insieme la Terra che eclissa il Sole (ne resta solo una lama luminosa sul bordo), le aurore verdi ai poli, la luce zodiacale, le luci delle città su tre continenti e Venere che fa capolino in basso. Cindy Evans della NASA dice che la foto “mostra la Terra come un corpo del sistema solare”. Non un pianeta speciale: uno tra i tanti.

Non è la prima volta che succede. Già nel 1969 l’equipaggio di Apollo 12 fotografò la Terra mentre eclissava il Sole, e da allora chi è andato lassù torna sempre con la stessa scoperta, quella che gli astronauti chiamano overview effect: si va lontanissimo soprattutto per potersi voltare indietro. Lo aveva capito anche Carl Sagan quando, nel 1990, convinse la NASA a far ruotare la sonda Voyager 1 per scattare un’ultima foto della Terra da circa sei miliardi di chilometri. Venne fuori un puntino azzurro pallido, mezzo pixel perso nel buio.

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa nostra. Siamo noi.

L’astronomia su queste pagine era già passata (Vera Rubin nella #31, l’osservatorio che le hanno dedicato nella #36), ma guardava sempre verso l’esterno, verso la materia oscura e gli asteroidi. Qui, per la prima volta, lo sguardo torna indietro verso di noi.

E qui arriva il rovescio della medaglia, che è poi il motivo per cui ne scrivo. Tutti ricordano il lancio, il sorvolo, la foto spettacolare. Ma la parte spettacolare è solo il vettore: il carico utile vero arriva dopo, a terra, e ha un ritmo desolatamente lento. Entro un giorno dall’ammaraggio (il 10 aprile, nel Pacifico) i ricercatori raccolgono i primi dati sugli astronauti: pressione, frequenza cardiaca, salute oculare, persino mini percorsi a ostacoli per misurare quanto in fretta un corpo umano torna operativo dopo la microgravità. La raccolta iniziale si chiude dopo 45 giorni, ma il monitoraggio sanitario di quei quattro proseguirà per tutta la vita. Nel frattempo, in un laboratorio, gli organ chip dell’esperimento AVATAR (ciascuno con il midollo osseo di un astronauta, partito con loro per la Luna) raccontano a livello cellulare cosa fanno radiazioni e microgravità al corpo umano. E oltre 11.500 immagini vengono convertite in formati standard e versate in un archivio pubblico, il Planetary Data System, pensato per scienziati che non sono ancora nati.

La meraviglia di quella foto dura un istante. La scienza che le dà senso è lenta, cumulativa, quasi noiosa, e si misura in decenni. Forse esplorare è proprio questo: il momento di stupore e la pazienza enorme che lo segue. Mi colpisce soprattutto l’idea di archiviare con tanta cura migliaia di immagini per qualcuno che non incontreremo mai. Fare un lavoro accurato per persone non ancora nate è, a pensarci bene, la forma più pura di fiducia nel futuro che mi venga in mente. Molto più di una bandiera piantata.

Approfondimenti:


Scoperte & Curiosità

La Terra di notte è un continente inesplorato

La stessa foto di Artemis II nasconde un dettaglio scientifico che non c’entra con la meraviglia: quelle luci di città su tre continenti non sono solo belle, sono un dato. Il programma Black Marble della NASA registra le luci notturne della Terra su scale giornaliere, mensili e annuali, perché la luce artificiale vista dallo spazio è uno degli indicatori più diretti dell’attività umana, dell’urbanizzazione, persino dei disastri quando una zona di colpo si spegne. Miguel Román, che a Goddard studia proprio questo, definisce la Terra di notte “scientificamente poco esplorata”, il che è curioso per un pianeta che fotografiamo da mezzo secolo. È la versione misurata di una cosa che ci siamo già detti nella #26 parlando del peso dell’umanità sul pianeta: lì contavamo cemento e plastica, qui contiamo lampadine. L’Antropocene, a quanto pare, si vede benissimo anche al buio.

Approfondisci: La Terra di notte e il programma Black Marble

Una cometa più vecchia del Sole (forse del Big Bang)

Mentre noi guardavamo la Luna, qualcosa ci stava attraversando il vicinato. La 3I/ATLAS, scoperta il 1 luglio 2025, è solo il terzo oggetto interstellare mai confermato dopo ‘Oumuamua e Borisov: una cometa ricca di anidride carbonica e ghiaccio d’acqua, su una traiettoria iperbolica e retrograda che dimostra senza dubbi un’origine fuori dal Sistema Solare. Uno studio del telescopio James Webb, ancora in revisione, ne stima un’età compresa tra 10 e 12 miliardi di anni, il che la renderebbe più antica del Sole e quasi coeva dell’universo (un dato sorprendente che vale la pena prendere con le pinze, finché non passa il vaglio molto più ampio). C’è anche chi, come l’astrofisico Avi Loeb, ha ipotizzato un’origine artificiale, ma il consenso scientifico è compatto. Lo ha riassunto un portavoce NASA con una frase che dovrei incorniciare: “Sembra una cometa, fa cose da cometa”. La parte che mi resta in testa è un’altra: è la prova concreta che la materia viaggia davvero da un sistema stellare all’altro. Tenetelo a mente, perché torna più sotto.

Approfondisci: Le FAQ dell’ESA sulla cometa 3I/ATLAS

La valigia, i tetraedri e l’intuizione che inganna

Cambio di scala, dallo spazio profondo al bagagliaio. Quando fate la valigia, l’istinto dice che le forme arrotondate si incastrano meglio, riempiono di più. È falso. Un gruppo della New York University e del Virginia Tech ha versato a caso dei tetraedri (i solidi a quattro facce triangolari) dentro un contenitore, li ha scossi, e poi ha misurato i vuoti con uno scanner MRI e dell’acqua: i tetraedri occupano il 76% dello spazio, contro il 64% delle sfere nelle stesse condizioni. Le facce piatte, contro ogni previsione, si accostano riducendo i buchi. È una variazione sul tema dell’intuizione spaziale che ci frega regolarmente, e si appoggia a un problema serissimo: la congettura di Keplero, formulata nel 1611 sulle sfere e dimostrata da Thomas Hales quasi quattro secoli dopo (l’annuncio nel 1998, la pubblicazione completa della prova nel 2005). Quattro secoli per provare una cosa che agli ortolani sembra ovvia da sempre.

Leggi: Metti in valigia i tetraedri


Intrattenimento (Mica) Banale

La scienza di Project Hail Mary, col cronometro di un astrofisico

Tenete a mente la cometa che viaggia tra le stelle, perché qui quell’idea viene portata all’estremo. Nel format “La Scienza di” l’astrofisico Amedeo Balbi (lo stesso della #24, quando parlavamo del 95% dell’universo che si nasconde) passa al vaglio Project Hail Mary, il film tratto dal romanzo di Andy Weir. Il voto alla sola accuratezza scientifica è un 5,5, con la precisazione esplicita che come film vale invece parecchio.

La parte interessante è dove il film regge e dove scivola. Regge sulla relatività: il protagonista invecchia di pochi anni mentre sulla Terra ne passano decine, ed è la dilatazione temporale, perfettamente reale per chi viaggia a velocità prossime a quella della luce. Regge sulla chimica dell’acqua, sui criteri che definiscono un pianeta, e sulle stelle scelte come scenario, che esistono davvero: 40 Eridani e Tau Ceti, vicine di casa cosmiche. Tau Ceti fu uno dei due primi bersagli, nel 1960, dei radiotelescopi a caccia di vita extraterrestre (l’altro era Epsilon Eridani, che di 40 Eridani è praticamente una porta accanto). E, piccolo omaggio nascosto, 40 Eridani è anche la stella di Vulcano, il pianeta di Spock in Star Trek. Regge perfino l’alieno Rocky, con la sua biochimica ad ammoniaca per cui l’ossigeno è veleno: una vita costruita fuori dai nostri schemi, esattamente il filo che tiravamo nella #33 sull’intelligenza delle piante.

Dove scivola è nella propulsione: microrganismi usati come carburante, “autostrade” di astrofagi tra le stelle, una navicella tirata su in pochi mesi. Qui la 3I/ATLAS torna utile come pietra di paragone: la materia tra i sistemi stellari viaggia per davvero, ma dentro una roccia e per decine di migliaia di anni, non in formazione compatta a tutta velocità. La lezione di metodo di Balbi vale più dei singoli voti: la scienza non ragiona per certezze, ma per gradi di plausibilità, e lascia sempre la porta aperta a ciò che ancora non conosciamo.

Guarda: La Scienza di Project Hail Mary con Amedeo Balbi


La Colonna Sonora

An Ending (Ascent) - Brian Eno

Per un numero che parte verso la Luna e si volta a guardare la Terra non potevo che scegliere questo. “An Ending (Ascent)” viene da Apollo: Atmospheres and Soundtracks, l’album che Brian Eno compose nel 1983 per accompagnare le immagini delle missioni Apollo: musica scritta letteralmente sopra i filmati di uomini che galleggiano nello spazio e guardano il nostro pianeta da fuori. È ambient nel senso più puro, qualche nota tenuta che sale lentissima e non ha nessuna fretta di arrivare da nessuna parte. Cade a pennello con il tema della settimana, quella pazienza lenta che sta sotto ogni meraviglia. E se devo essere onesto, con questo caldo è anche l’unica cosa che riesco ad ascoltare senza sudare: tre minuti di aria condizionata per le orecchie.

Ascolta: An Ending (Ascent) - Brian Eno


& Un’Altra Cosa

Fermatevi davvero a guardare quella foto

Tutto il numero gira intorno a un’immagine, quindi la chiusura è semplice: andate a vederla. La NASA Earth Observatory l’ha pubblicata come Image of the Day il 4 giugno 2026, e merita più dei tre secondi che diamo di solito a una foto prima di scrollare. Apritela a tutto schermo. Cercate la sottile lama del Sole che spunta dal bordo della Terra eclissata. Poi le aurore verdi ai poli, il velo della luce zodiacale, le luci delle città che disegnano i continenti senza bisogno di confini, e Venere lì accanto. È la nostra Terra fotografata come fotograferemmo un qualunque altro pianeta: di passaggio, da lontano, illuminata da una luce presa in prestito.

Passiamo le giornate a guardarci l’ombelico da dentro, a misurare tutto sulla scala dei nostri problemi quotidiani. Una foto così serve a ricordarci che esiste un punto di vista da cui siamo, letteralmente, un puntino. Non per sentirci insignificanti: per ricordarci che è tutto quello che abbiamo.

E voi, quand’è stata l’ultima volta che vi siete fermati a guardare la Terra dall’esterno, invece che da dentro?

Guarda: La Terra al chiaro di luna, Image of the Day NASA


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! La numero 45, scritta tra un ventilatore e l’altro, con la testa già un po’ in modalità vacanza anche se i fatti dicono che mancano ancora settimane. Pazienza: se c’è una cosa che questo numero mi ha ricordato, è che le cose belle hanno spesso bisogno di tempi lunghi, e che la fretta è quasi sempre cattiva consigliera.

Se la foto della Terra al chiaro di luna vi ha strappato un “wow”, se conoscevate già la storia dei tetraedri in valigia, o se anche voi avete un debole per la fantascienza fatta bene, mi farebbe piacere saperlo. E se questo weekend vi capita di alzare gli occhi al cielo, sappiate che da lassù, ogni tanto, qualcuno alza gli occhi verso di voi.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.


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