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Edizione #47

Un collettivo berlinese costruisce Google Earth nel 1993. Un brevetto, una causa da cento milioni e il finale che Netflix non racconta. Più Stallman, i modelli AI vintage e la canzone folk degli hacker.

Edizione #47

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #47

Sabato 27 Giugno 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Il corpo umano ha un range operativo abbastanza preciso: oltre certi gradi il sistema inizia a mandare segnali di disagio sempre più urgenti. Non è meteorologia, è termoregolazione. Da qualche giorno vivo in uno stato di sopravvivenza mediata dalla tecnologia: l’aria fresca che non c’è fuori viene prodotta dentro, da un condizionatore che lavora tre ore al giorno consumando abbastanza energia da far sorridere il fornitore di luce. Ogni volta che sento parlare di record di calore mi rendo conto che sto contribuendo attivamente al problema mentre lo deploro, il che è esattamente il tipo di contraddizione su cui preferisco non soffermarmi troppo, soprattutto con questi gradi. La bolletta del luglio prossimo la aprirò in piedi.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Un collettivo di artisti berlinesi costruisce Google Earth nel 1993, prima che Google esistesse. Un romanzo di fantascienza ci vede lungo. Un brevetto, una causa da cento milioni di dollari, e una testimonianza che ribalta tutto: la domanda che la serie Netflix non fa mai, perché è più scomoda del villain che ha scelto di raccontare. Poi: i modelli AI che abitano deliberatamente il passato, la canzone folk degli hacker, e una registrazione del 1994 che potete guardare adesso, gratis, nell’archivio di Internet.

Copertina Edizione #47

La Riflessione della Settimana

Il codice che era arte, poi brevetto, poi polvere

“Free software is a matter of liberty, not price.” Richard M. Stallman, Free Software Definition, 1986

Nel 1992 Neal Stephenson pubblica Snow Crash e immagina un software chiamato Earth: un globo virtuale navigabile con mappe, dati meteorologici, planimetrie architettoniche e immagini da satellite, sviluppato come strumento di intelligence. Un anno dopo, a Berlino, ART+COM decide di costruire qualcosa di simile, stavolta come installazione artistica aperta al pubblico.

Commissionato da Deutsche Telekom e presentato alla conferenza ITU di Kyoto nel 1994, Terravision è qualcosa di notevole: immagini satellitari, fotografie aeree, dati altimetrici, navigazione 3D su computer Silicon Graphics Onyx. L’interfaccia ha una sfera fisica che replica il globo, un mouse tridimensionale per volare sul pianeta, uno schermo tattile per i dettagli. Non è ancora Google Earth: è un’installazione artistica che anticipa Google Earth di undici anni.

Nel 1995 ART+COM deposita un brevetto. Nel 2004 Google acquisisce Keyhole Inc., che dal 2001 aveva sviluppato un sistema analogo, e l’anno successivo lancia Google Earth. Nel 2006 il collettivo tedesco contatta Google per una licenza. Nel 2014 fa causa: cento milioni di dollari. Sono passati vent’anni da Kyoto.

Se avete visto The Billion Dollar Code su Netflix vi siete fermati qui, probabilmente facendo il tifo per i tedeschi. La serie racconta bene la Berlino post-muro e il collettivo hacker, poi sceglie un villain e si ferma. Non vi dice come è andata davvero.

Nel maggio 2016 la giuria del Tribunale del Delaware dà ragione a Google. Nel 2017 la Corte d’Appello conferma. Il motivo: il brevetto di ART+COM era invalido. Stephen Lau, ex ricercatore dello Stanford Research Institute (SRI), testimonia di aver sviluppato un sistema analogo chiamato anch’esso TerraVision nello stesso anno in cui ART+COM lo presentava a Kyoto. Due squadre, due laboratori, due continenti, la stessa idea nell’aria. ART+COM non aveva citato quel lavoro nella domanda di brevetto: in termini legali è prior art. Il vero ostacolo della storia non è Google; è un accidente di archivio accademico che la serie ha scelto di non raccontare.

Ed è qui che la storia diventa interessante sul serio. Terravision nasce come arte, viene brevettata come invenzione industriale, portata in giudizio come proprietà intellettuale, e perde perché il sistema brevettuale ha le sue regole. Trattare un’opera d’arte come un brevetto significa accettare quelle regole. In quel gioco ART+COM, pur avendo inventato qualcosa di straordinario, ha perso.

C’è un’alternativa che nessuno esplora nella serie. Nel 1985 Stallman pubblica il GNU Manifesto fondando una filosofia opposta: il codice come bene comune, le quattro libertà (usare, studiare, modificare, distribuire). “Free as in freedom, not free as in beer.” Se ART+COM avesse rilasciato Terravision come software aperto nel 1994, Google non avrebbe potuto monopolizzarla. La perdita economica sarebbe stata certa. La perdita di eredità, probabilmente no. Il software libero non risolve il problema del sostentamento degli artisti, e questa ambivalenza non va risolta: va tenuta in piedi.

La domanda che la serie non pone mai: quando costruisci qualcosa di bello che cambia il mondo, il fatto stesso che cambia il mondo è già la risposta alla domanda di chi è? E il codice che scrivi è più simile a un dipinto (che è tuo) o a una scoperta scientifica (che appartiene a tutti)?

Approfondimenti:


Scoperte & Curiosità

Google Earth non è stato rubato. È stato comprato.

La storia vera di Google Earth non parte da Mountain View né da Berlino. Parte da San Jose, dove nel 2001 una startup chiamata Keyhole Inc. sviluppa indipendentemente da ART+COM un sistema di visualizzazione terrestre basato su immagini satellitari. Nel 2004 Google acquista Keyhole Inc. per una cifra mai divulgata ufficialmente. Il sistema di ART+COM non compare da nessuna parte nella storia ufficiale: due percorsi paralleli verso lo stesso punto, due narrazioni pubbliche molto diverse. (Fonte: Wikipedia EN, Keyhole Inc.) — Categoria: Tecnologia / Storia

La testimonianza che la serie non ha voluto mostrare.

Il sistema che ha fatto perdere il caso ad ART+COM si chiama SRI TerraVision e viene da Stanford. Il laboratorio dello Stanford Research Institute, finanziato dalla DARPA, aveva sviluppato nel 1994 un sistema di visualizzazione geografica con lo stesso nome di quello tedesco. La testimonianza di Stephen Lau nel processo del 2016 ha dimostrato che ART+COM conosceva quel lavoro e non lo aveva citato nella domanda di brevetto. Due sistemi con lo stesso nome, nello stesso anno, su due continenti: il colpevole della sconfitta non è Google. È un modulo di brevetto incompleto. La storia famosa aveva una storia dimenticata dentro. — Categoria: Scienza / Storia

Stallman, una stampante e l’origine di tutto.

Richard Stallman lascia il MIT nel 1984 per lavorare a tempo pieno al progetto GNU, che aveva annunciato l’anno precedente. Ma la radice è più vecchia: nel 1980 il produttore di una stampante Xerox si era rifiutato di condividere il codice sorgente del driver, rendendo impossibile correggere un bug fastidioso. Un programmatore che non riesce a riparare uno strumento perché il produttore ha reso il codice segreto. Da lì, con l’annuncio del GNU, arrivano le quattro libertà: usare, studiare, modificare, distribuire. Libertà 0, 1, 2, 3. Una stampante che non si poteva riparare ha generato un movimento che ancora oggi determina come funziona buona parte di Internet. (Fonte: GNU Manifesto — Free Software Foundation) — Categoria: Cultura / Tecnologia

I modelli AI che abitano deliberatamente il passato.

E se addestraste un modello AI che non sa nulla di quello che è successo dopo il 2019? Owain Evans chiama questa idea “vintage LLM”: modelli con un cutoff temporale deliberato, addestrati solo su dati di un’epoca specifica. L’uso epistemico più diretto è il backtesting: un LLM-2019 non conosce la pandemia, potete sottoporgli gli eventi del quinquennio successivo e misurare quanto fosse davvero un buon previsore. Come Terravision ha fissato un’istantanea della Terra digitale nel 1994, un vintage LLM fissa un’istantanea della conoscenza umana in un momento preciso e chiede cosa sarebbe possibile sapere, solo da lì. Il parallelismo non è decorativo: in dendrocronologia si leggono gli anelli degli alberi per ricostruire i climi del passato, ogni strato chiuso e impermeabile a ciò che è venuto dopo. (Fonte: Owain Evans, talk-transcript) — Categoria: Tecnologia / AI


Intrattenimento (Mica) Banale

The Billion Dollar Code (Netflix, 2021, Germania, 4 episodi)

Vale la visione, soprattutto adesso che sapete come è andata davvero. Anzi, vale di più proprio per questo. The Billion Dollar Code è fatto con mestiere: regia di Robert Thalheim, protagonisti convincenti (Lavinia Wilson, Leonard Scheicher), e la Berlino post-muro degli anni Novanta ha un ritmo e un’atmosfera che funzionano. Il problema non è la qualità: è che la serie sceglie un villain cinematograficamente soddisfacente (Google) perché il diritto brevettuale è noioso e lo Stanford Research Institute non è romantico. Il confronto tra la versione Netflix e la versione reale è esso stesso una lezione su come la narrativa trasforma la complessità legale in una morale semplice, e su quanto siamo disposti ad accettarlo. Rating IMDb: 7,9. In lingua originale tedesca con sottotitoli: il tedesco degli anni Novanta post-muro ha un ritmo tutto suo.


La Colonna Sonora

The Free Software Song — The GNU/Stallmans https://youtu.be/Cqr4riXfssw

Non c’è modo più strano di chiudere un’edizione sull’arte e i brevetti che con un inno politico-tecnico adattato su una melodia folk bulgara. Richard Stallman ha preso “Sadi Moma”, una canzone tradizionale, e ci ha scritto sopra un testo sulle quattro libertà del software libero. Il risultato è esattamente quello che sembra: suona come una danza di paese e parla di licenze software.

Il gruppo che lo esegue si chiama The GNU/Stallmans, in omaggio alla controversia terminologica di Stallman su GNU/Linux. Il nome è omaggio, ironia e rivendicazione insieme, che è esattamente il registro di tutto il movimento: serio sulla sostanza, ironico sulla forma.

2 minuti e 50 secondi, 421 visualizzazioni in sedici anni. Non è virale, e non ci prova: è un collante identitario per una sottocultura che costruisce la propria epica con strumenti folk invece che con budget discografici. Chiude il cerchio della #47 in modo preciso: questa canzone è stata scritta dal movimento del software libero per sé stesso, mentre dall’altra parte del mondo ART+COM stava scegliendo la strada opposta. Non è un giudizio. È il contraltare.


& Un’Altra Cosa

Terravision, 1994. Gratis. Su Internet Archive. https://archive.org/details/t-vision-aka-terravision-1994

La registrazione originale della demo del 1994 è lì, pubblica e gratuita. Trenta secondi bastano per capire cos’era: la sfera fisica che ruota, il mouse che vola sul pianeta, i dati altimetrici che si sovrappongono in tempo reale su hardware che nel 1994 costava più di un appartamento milanese. È esattamente quello che usate su Google Maps oggi, con trent’anni di miniaturizzazione in meno.

Il paradosso finale: Terravision, il software che ha scelto il brevetto invece del bene comune, vive adesso nell’Internet Archive, che è forse il più grande bene comune digitale che esiste. La tecnologia che ha tentato di privatizzarsi sopravvive gratuitamente nella piattaforma costruita sul principio opposto. Non so se sia ironia della storia o semplice casualità. Probabilmente entrambe le cose, che di solito è la risposta giusta quando si parla di tecnologia.

Guardatela. Trenta secondi.


Prima di Salutarci…

E anche questa settimana è fatta. Siamo arrivati all’edizione 47: quasi un anno e mezzo di sabati consecutivi, una resistenza termica più impressionante di qualsiasi condizionatore. Se qualcosa di questa edizione vi ha fatto venire voglia di approfondire, discutere, o semplicemente di guardare trenta secondi di un globo che ruota su un computer del 1994, sono contento. È per questo che esiste.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


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