Edizione #46
Una parola di slang ('normie') che sembra descrivere gli altri ma in realtà descrive chi la pronuncia. Più una curva scientifica piegata a pagella morale, le microplastiche e l'elogio di chi cambia idea, e il libro di cucina più 'normie' d'Italia.
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #46
Sabato 20 Giugno 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Siamo arrivati al 20 giugno, a un passo dal solstizio: la giornata più lunga dell’anno, il massimo di luce che il calendario ci concede. Peccato che la mia scorta personale di energia segua la curva opposta: più si allungano le giornate, meno ne ho per arrivare in fondo. Una proporzionalità inversa che nessun manuale di fisica aveva previsto, e che mi costringe a fare i conti con una verità poco eroica: non sto dietro a tutto quello che vorrei fare. Provo a essere costante, anche se non su tutti i fronti contemporaneamente (che poi è il modo gentile per dire che scelgo le battaglie e fingo che le altre non esistano).
Prendetevi un caffè (o quello che preferite, magari qualcosa di fresco vista la stagione) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In Questo Numero
Questa settimana si parte da una parola che sembra descrivere gli altri (“normie”) e che invece, a guardarla bene, descrive soprattutto chi la pronuncia: un piccolo viaggio in come ci costruiamo un’identità dicendo chi non siamo. Poi una curva scientifica famosa piegata a fare da pagella morale, una plastica che (ve l’avevo promesso nella #26) ha smesso di inseguirci per strada perché ormai abita dentro di noi, e un ricettario da tre milioni di copie che è insieme la cosa più “normie” e più di culto che possiate tenere in cucina. La copertina è qui sotto.
La Riflessione della Settimana
Normie, ovvero come ci definiamo dicendo chi non siamo
“Whoso would be a man must be a nonconformist.” Ralph Waldo Emerson, Self-Reliance (1841)
C’è una parola che gira da anni nei forum e nei meme, “normie”, e a prima vista sembra l’equivalente digitale di “uomo medio”. Sembra. Perché chi la usa quella traduzione la rifiuta: il normie, dicono, non è semplicemente uno nella media, è un conformista, un gregario, uno che si adegua. Lo spostamento è minimo e decisivo. Si passa dalla frequenza statistica (stare nel mucchio, fatto neutro) al comportamento sociale (omologarsi, e quindi giudizio). E da lì il normie diventa prevedibile, manipolabile, “il cittadino perfetto” di una società che avrebbe interesse a fabbricare gente tutta uguale.
Qui scatta il meccanismo che mi interessa. “Normie” sembra una descrizione del mondo, ma è prima di tutto un confine: serve a collocare chi parla nella minoranza sveglia e tutti gli altri nella massa addormentata. Non dice tanto chi sono gli altri, dice chi vorrei essere io rispetto a loro. A dare un’aria scientifica al tutto arriva la curva di Everett Rogers, quella della diffusione delle innovazioni (1962): innovatori, pionieri, maggioranza, ritardatari. Internet che da roba per nerd diventa di tutti, gli acquisti online, il Bitcoin comprato tardi e a caro prezzo. Il problema è che la curva di Rogers dice quando uno adotta una cosa, non quanto vale la sua testa. Sovrapporre la tempistica di adozione a un giudizio sull’intelligenza è un salto logico: il modello serve da ornamento di autorevolezza, non da strumento di analisi (e ne riparliamo più sotto, perché la versione vera di quella curva è più affilata). È lo stesso giudizio travestito da fatto della #25, applicato qui alla pseudo-scienza.
Una nota di igiene sulla fonte, perché conta: tutto questo nasce da un blog della cosiddetta manosphere, di quelli che spiegano che la donna sarebbe “più normie” per indole e che i gusti si dividono in roba da maschi e roba da femmine. Non lo riporto come informazione (informazione non è), ma come esempio del meccanismo: un pregiudizio spacciato per dato. E che, fra l’altro, si smonta da solo. Quello che per secoli è stato letto come “conformismo” o spirito di sacrificio femminile lo psicoanalista Vittorio Lingiardi lo inquadra non come natura ma come costruzione culturale, una norma sociale storica (l’angelo del focolare che Virginia Woolf invitava a uccidere), non un gene.
E poi arriva il colpo di scena, che è la parte che mi tiene attaccato al tema. Lo ammette perfino l’articolo di partenza: un po’ tutti siamo normie, nessuno lo è in assoluto, ognuno lo è in qualche ambito. Ma il rilievo più lucido salta fuori (paradosso nel paradosso) dai commenti: anche l’anticonformismo è conformismo, quando ci si limita a omologarsi a un gruppo minoritario che si sente alternativo. Il vero anticonformista non è chi si iscrive a una controcultura, è chi si lascia influenzare meno, e basta. Così la categoria si rivolta contro chi l’ha coniata: definirsi “pionieri risvegliati” è a sua volta un atto di conformismo, solo con una platea più piccola. Perché succede? Il testo redpill ha una spiegazione comoda: il normie è uno che non pensa, un difetto di fabbrica della testa. Io sposterei il problema dal cervello al legame. C’è un concetto, il “falso sé” di Donald Winnicott, che descrive un’identità costruita sulla compiacenza, sul bisogno di essere confermati dagli altri per sentirsi esistere. Letta così la faccenda cambia: il conformista non è (solo) sciocco, ha bisogno dello sguardo del gruppo. E allora il normie e il “pioniere” che lo disprezza fanno la stessa identica cosa, hanno solo appaltato l’identità a platee di taglia diversa: il primo alla massa, il secondo alla nicchia. Cambia il pubblico, non il meccanismo.
Un inciso veloce, perché la settimana scorsa (#44) parlavamo di una cosa apparentemente simile e in realtà opposta: lì era il sistema a decidere chi siamo, tracciandoci e riducendoci a dato (un movimento dall’alto verso il basso); qui siamo noi a decidere chi sono gli altri per ritagliarci un’identità per contrasto (un movimento orizzontale, tra pari). Non è un seguito: è l’altra faccia.
Resta una cosa, ed è la più scomoda. Sentirsi svegli, redpillati, più colti, più di nicchia, è spesso solo l’illusione di sapere e non un sapere (ne parlavamo nella #41, con Carmelo Bene). “Normie” funziona allora come quelle categorie mentali di cui dicevamo nella #12, le mappe che a furia di usarle diventano prigioni: chi le applica smette di vedere le persone e vede solo etichette. La cosa più onesta che posso scrivere è che questo confine lo traccio anch’io, e sospetto lo tracciate anche voi: dare del “basic” o del “pecorone” a qualcuno è il modo più rapido che conosciamo per sentirci, almeno per un attimo, dalla parte giusta. Forse non è neanche arroganza. Forse è solo bisogno. Però la domanda vale la pena di farsela: l’ultima volta che abbiamo dato del “basic” a qualcuno, stavamo descrivendo lui, o stavamo cercando di dire qualcosa su di noi?
Approfondimento:
Scoperte & Curiosità
La curva di Rogers, quella vera (e perché si ritorce contro chi la cita)
Visto che sopra l’ho solo nominata, vale la pena raddrizzare la curva di Rogers, perché la versione reale è più tagliente di quella usata per dare dei ritardatari agli altri. Le cinque categorie (innovatori, pionieri, maggioranza precoce, maggioranza tardiva, ritardatari) non sono tipi umani: sono fette di una curva normale, ritagliate sulle deviazioni standard. Innovatori il 2,5%, pionieri il 13,5%, le due maggioranze il 34% ciascuna, ritardatari il 16%. La variabile che le separa è una sola, il tempo con cui adotti qualcosa, non quanto sei intelligente. E qui il punto bello: Rogers in persona aveva messo in guardia contro due trappole, l’individual-blame bias (prendersela con il singolo ritardatario invece che con il sistema) e il pro-innovation bias (dare per scontato che un’innovazione vada sempre adottata). Il testo redpill commette esattamente l’errore contro cui l’autore che cita aveva avvertito. C’è di più: nel modello il pioniere non è il più sveglio, è il più dotato di risorse, status ed esposizione mediatica. “Arrivare primi” significa privilegio, non lucidità. E anche idee e norme morali (smettere di fumare, le cinture di sicurezza, il vegetarianismo) seguono la stessa curva a S, quindi ognuno di noi è in ritardo su qualcuna. Persino il loro esempio preferito si ribalta: il “normie” che ha comprato Bitcoin a fine 2017 ha perso non perché fosse lento, ma perché ha adottato in fretta un’idea sbagliata. Arrivare primi non è intelligenza, se la corsa va verso un burrone.
Microplastiche nel cervello, ovvero come si cambia idea per bene
Cambio totale di argomento, ma non di muscolo: anche qui si tratta di separare un fatto da un giudizio. Nella #26, quando pesavamo l’umanità sul pianeta, vi avevo lasciato con una frase rassicurante, e cioè che la plastica non ci insegue per strada. Avevo ragione: non deve. Ci ha già raggiunti. Telmo Pievani, in un editoriale per Lucy, fa una cosa rara: torna su un suo video precedente dedicato alle microplastiche nel cervello (a partire da uno studio di Nature Medicine del febbraio 2025) e ammette un’omissione. La distinzione che salva tutto è questa: la presenza di micro e nanoplastiche nel corpo umano (fegato, reni, sangue, feci, latte materno, placenta) è ormai un fatto certo; il loro danno alla salute è ancora un’ipotesi sostenuta da indizi (placche con microplastiche, più plastica nei tessuti tumorali, cellule che si infiammano in vitro) ma non provata come causa. I numeri circolati (26 milligrammi per grammo di tessuto, un aumento del 50% in otto anni, un accumulo cinque volte maggiore nei cervelli con demenza) vanno letti come associazione, non come causalità. La parte che mi piace non è il dato, è il gesto. Pievani distingue due scetticismi, quello interessato (chi attacca uno studio per tornaconto, di solito economico) e quello scientifico (chi entra nel merito sperimentale), e tiene buono solo il secondo, perché è il motore della correzione. Poi corregge se stesso in pubblico. In un’epoca in cui cambiare idea viene trattato come una sconfitta, aggiornare la propria posizione davanti a nuove prove è forse la cosa più anticonformista che si possa fare. La morale resta sobria: bene non fanno di certo, la dose conta, intanto conviene ridurre e innovare.
Guarda: Microplastiche nel cervello, l’autocritica di Telmo Pievani
Il libro più “normie” d’Italia è anche un oggetto di culto
Per chiudere le Scoperte, un oggetto che sta in tre milioni di cucine e che è il caso perfetto per il tema di oggi. Il Cucchiaio d’Argento ha compiuto 75 anni: pubblicato per la prima volta nel 1950 da Editoriale Domus (la stessa casa della rivista di design Domus), è arrivato alla dodicesima edizione il 23 settembre 2025, oltre tre milioni di copie in sedici lingue, con per la prima volta un capitolo “veg”. È, statisticamente, il libro di cucina più mainstream che esista in Italia: il “normie” assoluto degli scaffali. E però le sue copertine le hanno firmate Bruno Munari, Tullio Pericoli e, per i 75 anni, Olimpia Zagnoli (che ha disegnato anche per il New Yorker); all’estero lo pubblica Phaidon e negli Stati Uniti è finito tra i bestseller del New York Times. Tradotto: l’oggetto più popolare che si possa immaginare è anche un oggetto di culto del design. Il confine tra “di massa” e “di nicchia”, quello su cui si regge tutta la categoria “normie”, qui si scioglie dentro un libro di ricette.
Leggi: La storia del Cucchiaio d’Argento
La Colonna Sonora
Freedom of Choice - Devo
Per un numero che parla di confini e di gruppi non potevo che chiudere con i Devo, la band che ha fatto del conformismo una dichiarazione anticonformista: tute identiche, caschi a cupola in testa e la teoria (semiseria) che l’umanità stia “de-evolvendo” a furia di omologarsi. “Freedom of Choice” (1980) sembra scritta apposta per il tema. Il ritornello dice che abbiamo ottenuto la libertà di scelta, ma che quello che vogliamo davvero è la libertà dalla scelta, cioè che sia qualcun altro a decidere per noi. E nasce, raccontano, da una pubblicità di hamburger che sbandierava “libertà di scelta” mostrando quattro panini praticamente identici: l’illusione di scegliere, quando le opzioni sono la stessa cosa con nomi diversi. È il paradosso del numero in tre minuti di new wave: crediamo di scegliere chi siamo (svegli, diversi, anticonformisti) e intanto corriamo a omologarci al primo gruppo che ci dice da che parte stare. Persino il singolo era una piccola beffa: niente lato A e lato B, solo l’istruzione “usa la tua libertà di scelta”.
Ascolta: Freedom of Choice - Devo
& Un’Altra Cosa
Un piccolo esperimento per la settimana
Niente link e niente strumenti, solo un esercizio a costo zero. Da qui a sabato prossimo provate a contare le volte in cui pensate, anche solo di sfuggita, “io non sono come loro”. Quando qualcuno guida male, quando vedete la fila davanti al locale del momento, quando leggete un’opinione che vi sembra da pecoroni. Non per smettere di pensarlo (sarebbe ipocrita, e comunque impossibile), ma solo per accorgervene. Perché ogni volta che tracciamo quel confine stiamo facendo due cose insieme: diciamo qualcosa sull’altro, certo, ma soprattutto ci collochiamo da qualche parte, dalla parte giusta, quella sveglia. È un gesto piccolo e umanissimo, e probabilmente non c’è niente di male. L’unica cosa che cambia, una volta che lo vedi, è che diventa difficile prenderti troppo sul serio. Che poi, sospetto, è l’unico vero antidoto al diventare normie: non disprezzare la massa, ma imparare a ridere un po’ anche di sé.
Prima di salutarci…
E anche questa settimana è fatta! La numero 46, scritta nei giorni più lunghi dell’anno e con l’energia di quelli più corti, intorno a una parola che useremo tutti almeno una volta questa estate per dire che noi, certo, siamo diversi. Se la riflessione sui normie vi ha fatto venire in mente l’ultima volta che avete tracciato un confine così, se conoscevate la versione vera della curva di Rogers, o se anche voi avete un Cucchiaio d’Argento da qualche parte in cucina, mi farebbe piacere saperlo.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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