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Edizione #12

Questa settimana parliamo di mappe che diventano dogmi e territori che si trasformano sotto i nostri piedi. Poi ci perdiamo tra cavallucci marini che sembrano programmati in Python, coordinate GPS ...

Edizione #12

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #12

Sabato 25 Ottobre 2025 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Eccoci al consueto appuntamento del sabato mattina, quello in cui ci prendiamo una pausa dal mondo per esplorarne un altro pezzo. Se state leggendo questo mentre l’ultimo snack di Halloween vi guarda con aria di rimprovero dalla dispensa, sappiate che vi capisco perfettamente. La mia dieta questa settimana è stata sostanzialmente una ricerca empirica sui limiti della tolleranza umana al cioccolato. Spoiler: non li ho ancora trovati.

The map is not the territory
Alfred Korzybski

Prendetevi un caffè (o l’ennesimo cioccolatino, non giudico), e iniziamo.


In Questo Numero

Questa settimana parliamo di mappe che diventano dogmi e territori che si trasformano sotto i nostri piedi. Poi ci perdiamo tra cavallucci marini che sembrano programmati in Python, coordinate GPS che suonano come poesia concreta, un documentario che nessuno riesce a trovare (aiuto!), un atlante stellare che farebbe piangere Cooper, e un Charizard fatto di Lego che probabilmente vale più del mio primo stipendio.

Copertina Edizione #12

La Riflessione della Settimana

Quando le mappe diventano prigioni

Esiste un problema sottile nel modo in cui usiamo le mappe mentali per navigare il mondo: iniziamo a trattarle come se fossero il territorio stesso.

Sul blog Farnam Street c’è un articolo che esplora questa trappola cognitiva con una lucidità rara. L’idea centrale è semplice ma devastante: “We can’t use maps as dogma. Maps and models are not meant to live forever as static references. The world is dynamic. As territories change, our tools to navigate them must be flexible.”

Perché ne parlo

Il concetto risale ad Alfred Korzybski, semantico polacco che negli anni ‘30 formulò quello che oggi conosciamo come il principio “la mappa non è il territorio”. Ma mentre Korzybski lo intendeva come avvertimento epistemologico, noi lo abbiamo trasformato in uno slogan da citare ai pranzi aziendali, perdendone completamente il senso pratico.

Pensateci: quante volte continuiamo a usare framework mentali costruiti per un mondo che non esiste più? Quel modello di business che funzionava nel 2010, quel modo di pensare le relazioni che avevamo a vent’anni, quelle assunzioni su “come funziona il mondo” che abbiamo ereditato dai nostri genitori. Sono mappe. E come tutte le mappe, hanno una data di scadenza.

Qualche settimana fa parlavo di come in fisica quantistica devi mollare le tue immagini mentali abituali e fidarti della matematica, anche quando sembra assurda. Le mappe mentali funzionano allo stesso modo: a volte devi avere il coraggio di abbandonare quella che hai usato per anni, anche se ti ha portato fin qui. Perché il problema non è la mappa in sé, ma è continuare a usarla quando il territorio è cambiato.

E il territorio cambia sempre. L’economia si trasforma, la tecnologia evolve, le relazioni si ridefiniscono, persino la fisica che credevamo di capire si rivela più strana del previsto. Ma noi? Noi spesso restiamo attaccati alle nostre mappe vecchie, perché sono comode. Una volta interiorizzate, ci permettono di navigare senza pensare troppo. Sono efficienti.

Ma l’efficienza ha un costo nascosto: smetti di guardare il territorio reale. Smetti di notare che la strada è cambiata, che il fiume si è spostato, che quella scorciatoia che conoscevi a memoria ora porta da tutt’altra parte.

C’è un passaggio nell’articolo che mi ha colpito particolarmente: l’idea che il valore di una mappa sia legato alla sua capacità di prevedere o spiegare. Ma se la realtà è cambiata e la mappa no, quella mappa non è più uno strumento, ma un ostacolo. È un’illusione di comprensione che ti impedisce di vedere cosa hai davanti.

La storia della scienza è piena di questi momenti: Tolomeo che cercava di salvare il suo modello geocentrico aggiungendo epicicli su epicicli, Newton e la sua teoria che funzionava perfettamente fino a quando non ha bisogno di spiegare Mercurio, economisti che continuano a usare modelli razionali dell’agente dopo decenni di evidenze comportamentali contrarie. Tutti casi di persone che amavano le loro mappe più della realtà che avrebbero dovuto descrivere.

E noi? Noi facciamo lo stesso, solo su scala personale. Continuiamo a usare mappe di carriera progettate per un mondo in cui rimanevi in un’azienda per quarant’anni. Mappe relazionali costruite prima dell’avvento dei social media. Mappe di apprendimento che presumono che l’informazione sia scarsa, quando in realtà siamo sommersi.

La domanda allora diventa: come si fa a usare le mappe senza diventarne prigionieri?

L’articolo suggerisce flessibilità, ma io penso che serva qualcosa di più radicale: serve la disponibilità a bruciare le mappe. Non tutte, non sempre, ma abbastanza spesso da ricordarci che sono strumenti temporanei. Che ogni mappa è un’approssimazione, una semplificazione utile ma incompleta. Che il territorio vero è sempre più ricco, più complesso, più sorprendente di qualsiasi rappresentazione possiamo farne.

Forse il trucco è trattare le mappe come ipotesi di lavoro piuttosto che come verità rivelate. Usarle finché funzionano, e quando smettono di funzionare, quando la predizione fallisce, quando la spiegazione non regge più, avere il coraggio di ammettere che è ora di ridisegnare.

Perché alla fine, come scriveva Korzybski, la mappa non è il territorio. Ma noi, troppo spesso, dimentichiamo di alzare lo sguardo dalla mappa per guardare dove stiamo davvero camminando.

Link di approfondimento


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

C’è un articolo su vgel.me che parla di un fenomeno inquietante: se chiedi a ChatGPT, Claude o qualsiasi altro LLM se esiste un emoji del cavalluccio marino, ti risponderà con assoluta certezza che sì, esiste. E poi proverà a mostrartelo. E fallirà. E riproverà. E entrerà in un loop sempre più strano di emoji casuali.

Il problema? L’emoji del cavalluccio marino non è mai esistita.

Eppure migliaia di persone su Reddit giurano di ricordarlo. Ci sono TikTok e video YouTube dedicati alla sua “scomparsa”. È un classico effetto Mandela digitale: un ricordo collettivo di qualcosa che non c’è mai stato.
Un cavalluccio marino emoji è stato anche formalmente proposto a Unicode nel 2018, ma è stato rifiutato.

L’articolo spiega cosa succede dentro gli LLM quando provano a generare questo emoji inesistente. Usando una tecnica chiamata “logit lens”, l’autore mostra come il modello costruisca internamente il concetto “cavalluccio marino + emoji”, combinando le rappresentazioni delle due idee. Poi, quando prova a trasformarlo in token reali, non trova nulla che corrisponda perché quell’emoji non esiste e quindi sputa fuori emoji a caso: pesci tropicali, cavalli, creature marine casuali…

È come se il modello avesse una mappa mentale perfetta di un posto che non esiste. Ci crede così tanto che continua a cercare la strada per arrivarci, anche mentre tutti i segnali gli dicono che non c’è!

Se vi sembra familiare, è perché è esattamente quello di cui stiamo parlando questa settimana: mappe che non corrispondono al territorio. Solo che stavolta la mappa è dentro un’intelligenza artificiale, e il territorio è Unicode.

Qui l’articolo completo: Why do LLMs freak out over the seahorse emoji?

No video. No letture. Solo un’app: quando ti perdi, almeno fallo con stile

Avete presente quando siete in una città nuova, completamente disorientati, e vorreste avere coordinate GPS precise al millimetro per ritrovarvi? Ecco, What3Words ha la soluzione: divide il mondo in quadrati di 3x3 metri e assegna a ciascuno una combinazione di tre parole casuali.

Tipo, io in questo momento sono a pecore.scaduti.archi.

Sì, avete letto bene. Pecore. Scaduti. Archi. Suona come il menu di un ristorante concettuale che aprirebbe a Milano e chiuderebbe dopo tre settimane.
Il punto è che quella sequenza identifica un posto preciso sulla faccia della Terra con un’accuratezza che la maggior parte delle indicazioni stradali può solo sognare.

È perfetto per quei momenti in cui ti ritrovi in mezzo al nulla e devi spiegare a qualcuno dove sei. O per quando stai cercando di organizzare un incontro e vuoi sembrare misterioso. “Ci vediamo a tramonto.dinosauro.scaffale”. È come essere in un film di spionaggio, solo che invece di James Bond sei tu che hai dimenticato dove hai parcheggiato.

In un mondo dove ci perdiamo continuamente, metaforicamente e letteralmente, avere tre parole che dicono esattamente dove sei è stranamente rassicurante. Anche se quelle parole sono pecore.scaduti.archi.

Provare per credere: What3Words


Intrattenimento (Mica) Banale

Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)

Ok, ho bisogno del vostro aiuto collettivo. Sto cercando di vedere HyperNormalisation di Adam Curtis, un documentario del 2016 che apparentemente spiega come siamo finiti in questo mondo dove la realtà sembra sempre più assurda della finzione.

Il problema? Non si trova da nessuna parte. Non su Netflix, non su Prime, in pratica su nessuna piattaforma che conosco. È come se il documentario sul fatto che viviamo in una realtà falsificata fosse stato a sua volta falsificato. O forse è meta-commento intenzionale? Curtis che ci trolla tutti nascondendo il suo film proprio mentre cerchiamo di capire perché tutto sembra falso?

HyperNormalisation parte dall’idea che negli ultimi quarant’anni le élite politiche ed economiche abbiano creato una versione semplificata della realtà perché quella vera era troppo complessa da gestire. E noi, inconsapevolmente, abbiamo accettato questa versione semplificata come se fosse vera. È un’ipotesi affascinante e inquietante, ed è anche ironica data la difficoltà di accesso al film stesso.

Quindi ecco la chiamata alle armi: se qualcuno sa dove trovarlo (legalmente), o se qualche anima pia ha un link funzionante, mi farebbe un favore enorme. Consideratela come una missione collettiva per demistificare l’ipernormalizzazione. O almeno per guardare un documentario interessante.

Per i più interessati: HyperNormalisation - Wikipedia


La Colonna Sonora

Il brano della settimana

Questa settimana la colonna sonora è involontaria: dopo aver guardato questo video, non riesco a togliermi dalla testa la sigla dei Pokémon.

Ve lo lascio qui: Building Charizard con LEGO.

È un video di 15 minuti in cui un ragazzo costruisce Charizard. È rilassante e ipnotico. È inutile e meraviglioso. È la prova che l’internet, quando vuole, sa ancora essere un posto magico pieno di gente con idee originali.

E ora, se mi scusate, ho qualche Lego da montare anche io…


& Un’Altra Cosa…

Un atlante stellare che ti fa venire voglia di partire

C’è un sito che si chiama 100,000 Stars e fa una cosa semplice ma straordinaria: ti mostra le stelle vicine al Sole, ma in 3D, con le distanze reali, i nomi, le dimensioni relative.

Puoi zoomare, ruotare, perderti tra nomi impronunciabili di stelle che non sapevi esistessero.
È educativo ed è anche stranamente emotivo, perché ti rendi conto di quanto sia grande lo spazio tra una stella e l’altra, di quanto sia vuoto il cosmo, di quanto sia improbabile che siamo qui a guardare tutto questo.

Mi ha ricordato quella scena in Interstellar quando Cooper guarda il pianeta acquatico dalla navicella e capisci che lo spazio non è solo grande è incomprensibilmente grande. Che le distanze astronomiche non sono numeri astratti ma abissi reali che ci separano da tutto il resto dell’universo.

E poi pensi: chissà se da una di quelle stelle, qualcun altro sta guardando nella nostra direzione, chiedendosi se c’è qualcuno lì fuori.

Spoiler: ci siamo. E abbiamo appena mangiato troppo cioccolato.

Vi consiglio di iniziare dal tour: 100,000 Stars


Prima di salutarci…

Dodici edizioni. A volte mi chiedo se sto finendo di leggere internet, se prima o poi arriverò al fondo della rete e troverò un cartello che dice “Congratulazioni, hai visto tutto. Ora torna a vivere nel mondo reale.”

Non ci siamo ancora. Ma forse, prima o poi, dovrò ammettere che anche l’internet ha una mappa e che anche quella mappa non è il territorio.

Spero che qualcosa in questa raccolta vi accompagni nel weekend. Se avete suggerimenti, scoperte, o soprattutto se sapete dove trovare quel maledetto documentario di Adam Curtis, scrivetemi. O mandatemi segnali di fumo. O usate What3Words. Sono pecore.scaduti.archi, ricordate?

Buon sabato, e buon Halloween in anticipo. Mangiate cioccolato. È ricerca scientifica.


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.


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