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Edizione #44

Nel 1993 un cane spiegava a un altro cane che su internet nessuno sapeva chi fossero; trent'anni dopo lo sanno fin troppo bene. Più dodici tonnellate di KitKat svanite nel nulla, un cimitero di formati e tre dettagli di Matrix.

Edizione #44

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #44

Sabato 6 Giugno 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Siamo a giugno, il che vorrebbe dire mezzo anno andato, e invece ho la precisa sensazione che manchino quattro giorni a Natale. Una di quelle frasi alla Alex Drastico, il meridionale disincantato di Antonio Albanese che sintetizza un’intera condizione esistenziale in mezza battuta. Da quando ho scavalcato i trenta il calendario ha smesso di scorrere e ha iniziato a precipitare, con un’accelerazione che mi piacerebbe attribuire a una legge della fisica, se non fosse che la fisica, almeno, di solito avverte prima di mandarti in caduta libera.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Nel 1993 un cane spiegava a un altro cane che su internet nessuno sapeva chi fossero; trent’anni dopo lo sanno fin troppo bene, e anche di che razza siamo. Nel mezzo trovate dodici tonnellate di KitKat svanite nel nulla, un cimitero di formati lungo centoquarant’anni, un cappello che ha fatto da logo a un imperatore e tre dettagli di Matrix che si annodano tra loro meglio di quanto facesse la trama. Si chiude con un sogno che facciamo quasi tutti, e che parla di noi più di quanto vorremmo.

Copertina Edizione #44

La Riflessione della Settimana

Su internet nessuno sa che sei un cane

Il 5 luglio 1993 il New Yorker pubblica una vignetta di Peter Steiner: un cane grosso seduto davanti a un computer, la zampa sulla tastiera, che spiega a un cane più piccolo “Su internet, nessuno sa che sei un cane”. Steiner l’aveva disegnata senza pensarci troppo, una di quelle didascalie buttate lì. È diventata la vignetta più riprodotta nella storia della rivista, e l’originale nel 2023 è stato battuto all’asta per 175.000 dollari, il prezzo più alto mai pagato per un singolo fumetto. Non male, per due cani.

All’epoca era una promessa di libertà. Mitch Kapor, il fondatore di Lotus, lesse quella vignetta su una rivista generalista come il segnale che internet aveva raggiunto la massa critica: stava uscendo dai laboratori per diventare di tutti. E la cosa di tutti, in quegli anni, era la liberazione dal corpo. La sociologa Sherry Turkle lo diceva chiaro: in rete contano solo le parole, non l’aspetto, l’accento, l’età. Il giurista Lawrence Lessig aggiungeva il dettaglio tecnico, quello che a me come sviluppatore fa ancora un certo effetto: l’anonimato è scritto nei protocolli stessi della rete, che per spedirti un pacchetto di dati non ti chiedono mai chi sei. Una specie di privacy by design ottenuta non per scelta etica, ma per pigrizia ingegneristica.

Sedici anni dopo, nel 2009, Mamoru Hosoda porta quella promessa al suo estremo luminoso. In Summer Wars c’è Oz, un mondo virtuale dove si gestisce tutto: relazioni, acquisti, burocrazia. Dentro Oz ci si reinventa, e Kazuma, tredicenne timido e chiuso in camera, diventa King Kazma, il combattente più forte della piattaforma. La maschera digitale che libera, di nuovo. Ma Hosoda mostra anche il conto: un’intelligenza artificiale fuori controllo, Love Machine, si impossessa degli account e manda in tilt il mondo reale (ospedali, traffico, una sonda spaziale dirottata verso una centrale nucleare). E chi resiste? Non un eroe digitale, ma una famiglia enorme e analogica, riunita per il compleanno della bisnonna. Il feudo digitale può toglierti l’accesso da un momento all’altro (ne parlavo nella #36, a proposito di chi possiede l’infrastruttura); quello che non si spegne è la stanza piena di parenti.

Il punto più profondo lo mette però Matrix. Per tutta la trilogia l’Agente Smith chiama il protagonista “Signor Anderson”, mai Neo. Non è un vezzo: “Anderson” è il nome che la macchina gli ha assegnato quando era ancora uno schiavo inconsapevole, il suo nome da schiavo; “Neo” (anagramma di “One”) è il nome che lui ha scelto. La battaglia sull’identità è una battaglia sul nome. La settimana scorsa, con Blade Runner, ci chiedevamo cosa renda umani: una domanda verticale, ontologica. Qui la domanda è orizzontale: non cosa siamo, ma come ci si costruisce un’identità e la si difende quando è il sistema a decidere chi sei.

E qui la promessa del 1993 si capovolge. Oggi su internet sanno benissimo che sei un cane: sanno la razza, l’età, cosa hai comprato la settimana scorsa e a che ora ti svegli. Lo aveva già fotografato una vignetta del 2015, ancora due cani davanti allo schermo: “Ti ricordi quando, su internet, nessuno sapeva chi fossi?”. L’anonimato strutturale è finito, e al suo posto c’è la tracciabilità totale. Gilles Deleuze l’aveva previsto con trent’anni di anticipo:

Non abbiamo più a che fare con la coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividui”, e le masse dei campioni, dati, mercati o “banche”.

Da maschera a codice a barre. E la cosa più curiosa è che il codice a barre ce lo siamo messi addosso volentieri: lo raccontano i KitKat rubati di cui parlo più sotto, dove sono gli stessi consumatori a scansionare i codici lotto per conto dell’azienda.

Se l’identità non è il corpo (lo diceva il cane del 1993) e non è nemmeno il nome perfetto (a Smith serve un’intera trilogia per ammettere “Neo”), forse è semplicemente la scelta, ripetuta ogni volta che il sistema cambia formato, di farsi riconoscere per ciò che si decide di essere. Il problema è che costruiamo questa identità su piattaforme destinate a morire come è morto il Betamax (sotto trovate il cimitero al completo). Napoleone si è portato dietro lo stesso cappello per riconoscersi in mezzo ai marescialli; noi a che cosa ci affidiamo, quando perfino il supporto su cui ci siamo salvati smette di essere leggibile?

Approfondimenti:


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

A marzo 2026 un camion partito da una fabbrica dell’Italia centrale e diretto in Polonia si è semplicemente volatilizzato con il suo carico: circa dodici tonnellate di cioccolato, oltre 400.000 barrette di KitKat in edizione limitata dedicata alla Formula 1. Un colpo da film, se non fosse che la refurtiva è deperibile e profuma di wafer. La parte interessante è la risposta di Nestlé: invece di affidarsi solo agli investigatori, ha lanciato lo “Stolen KitKat Tracker” e ha chiesto ai consumatori di tutto il mondo di scansionare il codice lotto delle proprie barrette per scovare quelle rubate. Ogni barretta ha già il suo codice, e da snack diventa indizio. È esattamente il capovolgimento di cui parlavo prima: la tracciabilità totale che si traveste da caccia al tesoro e ci rende tutti, volontariamente, piccoli sorveglianti della catena di approvvigionamento. Per una tavoletta di cioccolato lo facciamo pure col sorriso.

Approfondisci: Il furto e lo Stolen KitKat Tracker

La storia lunga

C’è un sito che è un piccolo capolavoro malinconico, il Museum of Obsolete Media, che cataloga centoquarant’anni di formati nati e morti: dai cilindri di cera di fine Ottocento all’HD DVD, che ha fatto in tempo a vivere appena due anni prima di perdere la guerra contro il Blu-ray. La lezione più contundente è che a vincere non è quasi mai il formato tecnicamente migliore: il Betamax era superiore al VHS, e ha perso lo stesso, perché il mercato premia la convenienza, non l’eleganza (una cosa che chi scrive software impara presto e con un certo dolore). Poi ci sono i sopravvissuti testardi, vinile, cassetta, pellicola, che si rifiutano di morire. Tutto il resto è un cimitero di supporti su cui, a un certo punto, qualcuno aveva salvato qualcosa di importante.

Leggi: Museum of Obsolete Media

L’oggetto che resiste

Mentre i formati digitali muoiono in due anni, un cappello di feltro dura due secoli. Il “Petit chapeau” di Napoleone era uno strumento di branding ante litteram: dal 1797 lo portava lateralmente (i corni paralleli alle spalle, da un lato all’altro), mentre gli altri generali lo tenevano in senso perpendicolare (puntato avanti e indietro), così da risultare riconoscibile a colpo d’occhio nel caos della battaglia. Un logo indossabile, semplice e privo di decorazioni, in un’epoca in cui gli ufficiali gareggiavano a galloni. Ne possedette oltre un centinaio; ne restano una ventina autenticati, e nel 2014 uno è stato battuto all’asta per 1.884.000 euro. L’identità affidata a un oggetto fisico tiene meglio di quella affidata a un account: il cappello dell’imperatore è ancora qui, mentre i miei profili su almeno tre social ormai defunti non li recupera più nessuno.

Leggi: Il cappello di Napoleone


Intrattenimento (Mica) Banale

Tre dettagli di Matrix che si annodano da soli

Restiamo a Matrix, ma sul lato da cinefili. Ci sono tre dettagli della trilogia che sembrano scollegati e invece si tengono per mano. Primo: l’Oracolo cambia volto tra il secondo e il terzo film. Non è un capriccio di produzione (l’attrice Gloria Foster morì nel 2001, durante le riprese), ma la cosa viene assorbita dalla trama, perché nell’universo di Matrix i programmi possono perdere la propria forma e ricostruirsi. Secondo: nel finale Neo diventa cieco, e proprio quando perde gli occhi inizia a “vedere” l’energia delle macchine come luce dorata. La vista vera gli arriva quando smette di guardare. Terzo: l’ultima parola della trilogia in bocca a Smith, a chiusura della frase “tutto ciò che ha un inizio ha una fine”, è proprio “Neo”, il nome giusto, quasi suo malgrado, dopo essersi ostinato per tre film a chiamarlo “Signor Anderson”.

E qui scatta il nodo: quello Smith ha appena assorbito l’Oracolo, lo stesso programma che aveva accettato di perdere la propria forma. È l’Oracolo che, da dentro il nemico, gli strappa di bocca il nome vero. Tre fili (un lutto sul set, una cecità simbolica, una parola) annodati meglio di metà delle sceneggiature che escono oggi. Se appartenente all’insieme di persone che non ha mai visto la trilogia (ora tetralogia), vi consiglio di rimediare. Magari entro il weekend…

Approfondisci: Perché Smith chiama Neo “Signor Anderson”


La Colonna Sonora

Bokura no natsu no yume - Tatsuro Yamashita

Visto che mezzo numero gira intorno a Summer Wars, la colonna sonora di questa settimana è la sua sigla finale: “Bokura no natsu no yume” (“il sogno della nostra estate”), scritta e interpretata da Tatsuro Yamashita, una delle voci storiche del city pop giapponese. Arriva sui titoli di coda, dopo che il mondo virtuale è stato salvato a colpi di matematica e di un gioco di carte tradizionale, e ribalta tutta la tensione digitale del film in qualcosa di caldo, acustico, quasi nostalgico. “Natsu” vuol dire estate, e a giugno cade a pennello, anche se la mia estate per ora è soprattutto un dialogo serrato con il termostato. È un brano che fa quello che fa la famiglia Jinnouchi nel film: riportare tutto, dopo il gran finale tecnologico, alla misura umana di una tavolata.

Ascolta: Bokura no natsu no yume


& Un’Altra Cosa

Il sogno in cui perdi i denti

C’è un sogno che, statisticamente, avete fatto quasi tutti: perdere i denti. Cadono uno a uno, o vengono via a manciate, e ci si sveglia con la lingua che corre a fare il conteggio. Gli interpreti dei sogni, da Freud a Jung, ci hanno costruito sopra biblioteche intere: i denti come forza vitale, autostima, controllo, la faccia che mostriamo agli altri. Perderli, nel sonno, segnala quasi sempre un momento di transizione, un cambiamento che spaventa, la paura di non avere più la presa sulle cose.

Ma c’è una lettura, quella junghiana, che mi sembra chiudere bene il cerchio di tutto il numero. I denti cadono per davvero una volta nella vita, da bambini, e cadono per far posto a quelli definitivi: lì la perdita è la condizione della crescita. È lo stesso schema che abbiamo incontrato dappertutto oggi: Neo perde la vista e comincia a vedere, i formati muoiono perché altri possano nascere, le maschere cadono e sotto non c’è il vuoto ma una forma nuova. Forse ogni volta che la nostra identità cambia pelle deve passare di lì, da una piccola perdita di forma. Il coraggio, allora, non è restare identici a noi stessi a ogni costo. È accettare di perdere i denti vecchi.

E voi, l’ultima volta che avete sognato di perderli, che cosa stava cambiando?


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! La numero 44, che non è una cifra tonda da festeggiare, ma è pur sempre il giro di boa silenzioso di un anno che, come dicevamo all’inizio, sembra avere il piede ben piantato sull’acceleratore.

Se la vignetta dei due cani vi ha strappato un sorriso amaro, se avete un KitKat in dispensa che adesso guarderete con un filo di sospetto, o se anche voi avete un profilo abbandonato su un social che non esiste più, mi farebbe piacere saperlo. E se stanotte sognate di perdere i denti, ormai sapete dove trovarmi.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.


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