Edizione #43
Un papa scrive un'enciclica sull'intelligenza artificiale e, sorprendentemente, non parla quasi mai di Dio: parla di noi. Più un videogioco che fece tremare il Senato americano e la prima arma fatta di codice.
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #43
Sabato 30 Maggio 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
L’estate è arrivata tutta insieme, senza preavviso, con la delicatezza di un transitorio termico mal smorzato. L’unica decisione lungimirante che ricordo di aver preso quest’anno è stata pulire i filtri dei condizionatori prima che servissero davvero, il che mi colloca per una volta dalla parte giusta del secondo principio della termodinamica. Il piano per i prossimi mesi è semplice: sigillarmi in casa come un campione sottovuoto e uscire solo per ragioni documentabili.
Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In Questo Numero
Un papa scrive un’enciclica sull’intelligenza artificiale e, sorprendentemente, non parla quasi mai di Dio: parla di noi. Nel mezzo trovate un videogioco che negli anni Novanta fece tremare il Senato americano, un replicante che muore meglio di come molti di noi vivono, e la prima arma della storia fatta soltanto di codice. Si chiude con Miles Davis, che a cento anni dalla nascita ci ricorda cosa significa reinventarsi, e con un’arte antica che nessun algoritmo ha ancora imparato a imitare: trovare proprio quello che non stavamo cercando.
La Riflessione della Settimana
La dignità non è una metrica
Il 15 maggio Leone XIV ha pubblicato Magnifica Humanitas, la prima enciclica interamente dedicata all’intelligenza artificiale. Mi aspettavo un documento difensivo, di quelli che guardano la tecnologia con il sospetto di chi non la usa. Invece la tesi più sovversiva del testo non è affatto religiosa, ed è questa: la tecnologia non è mai neutra, riflette sempre la visione di chi la progetta, e quando lavora senza un orizzonte di senso tende a ridurre la persona a dato, prestazione, metrica.
Lo storico della tecnologia Melvin Kranzberg lo aveva formulato come prima delle sue sei leggi, nel 1986:
La tecnologia non è né buona né cattiva, e non è nemmeno neutrale.
Lo stesso identico concetto, quarant’anni prima e senza una sola citazione biblica. La domanda rilevante, dice l’enciclica, non è “tecnologia sì o tecnologia no”, ma quale visione ne guida lo sviluppo. Una macchina costruita per massimizzare il profitto produce esiti diversi da una costruita per il bene comune. La neutralità è una scorciatoia retorica, comoda soprattutto per chi quelle macchine le vende.
C’è anche una sorpresa storica che vale la pena raccontare. La dottrina sociale della Chiesa nasce nel 1891 con la Rerum Novarum, in piena rivoluzione industriale, quando il problema erano le fabbriche e i bambini ai telai. Da allora ogni epoca ha imposto un aggiornamento del vocabolario: la globalizzazione, la crisi ecologica, e ora gli algoritmi. Centotrentacinque anni di un testo che si riscrive da solo per stare al passo: una specie di software a lunghissimo ciclo di rilascio, con un changelog impressionante.
Qui devo confessare un fastidio professionale. Scrivo codice da anni, e negli ultimi mesi ho dovuto accettare che la macchina lo scrive meglio di me, e infinitamente più in fretta di quanto io riesca a deprimermi per la cosa. Eppure il bello della programmazione non se n’è andato: si è solo spostato. Una volta il valore stava nella riga scritta bene, nella sintassi elegante; oggi quella riga la genera l’IA, e quello che resta umano è l’architettura, l’idea, l’audacia di provare una strada che nessuno ha ancora battuto. Il valore migra dal layer della sintassi al layer delle idee. Che è poi la versione laica e quotidiana di quello che dice l’enciclica: la persona è sempre di più della somma delle sue prestazioni misurabili. Per questo il testo rifiuta in un colpo solo il transumanesimo (l’idea di potenziarci oltre i limiti con la tecnica) e il postumanesimo (l’idea che l’umano sia una categoria da superare). Sono narrative opposte, ma accomunate dallo stesso peccato: trattare l’essere umano come una versione beta da correggere.
Il tema gira da un po’ in queste pagine. Nella #41 Andrea Colamedici distingueva il compito (che si delega) dall’attività (che ti costituisce); nella #39 si parlava di lavoro e stanchezza metafisica; nella #36 di tecnofeudalesimo e di chi possiede l’infrastruttura. L’enciclica li tiene insieme tutti, e aggiunge la domanda che mi porto dietro da questa lettura: se la tecnologia non è mai neutra, il problema non è se costruire la torre, ma chi tiene in mano il progetto? E a quale altezza ha deciso di metterci?
Approfondimenti:
- Magnifica Humanitas, il testo dell’enciclica
- Perché programmare resta interessante anche se non scrivi più il codice.
Scoperte & Curiosità
Quello che non sapevo e ora sì
Ogni volta che vedete sulla custodia di un videogioco la sigla con l’età consigliata, state guardando l’eredità di Mortal Kombat. Nel 1992 il picchiaduro di Ed Boon e John Tobias introdusse le Fatality, esecuzioni finali così esplicite da scatenare un panico morale: associazioni di genitori, gruppi religiosi e, nel 1993, perfino un’audizione al Senato americano che minacciava la censura di Stato. La risposta dell’industria fu astuta: invece di lasciarsi regolamentare dall’alto, si autoregolamentò creando l’ESRB, il sistema di classificazione per età. Censura schivata, responsabilità spostata su negozianti e genitori. Un caso da manuale di quella “regolamentazione attiva” che l’enciclica invoca per le tecnologie nuove, solo che qui l’hanno scritta i creatori di un gioco in cui ci si strappava la spina dorsale a vicenda. (Curiosità nella curiosità: il personaggio Ermac nacque per sbaglio, da un “Error Macro” che ogni tanto sputava fuori un ninja rosso fantasma.)
Guarda: Il picchiaduro che ha SFIDATO la CENSURA
Il video che vale la pena
Blade Runner è ambientato nel novembre 2019, il che significa che lo abbiamo ufficialmente superato senza ottenere né le auto volanti né i replicanti (abbiamo ottenuto la pioggia perenne sulle metropoli, quella sì). Resta però il film che ha spostato la fantascienza dal “uomo contro macchina” a una domanda più scomoda: cosa ci rende umani, esattamente? Il test che nel film distingue gli umani dagli androidi non misura l’intelligenza, ma l’empatia, e finisce per smascherare quanto poco empatici siano gli umani che lo somministrano. Il replicante Roy Batty, nel monologo finale, è più umano dei suoi creatori: salva chi avrebbe potuto uccidere e trasforma i propri ricordi in valore assoluto. Quarant’anni prima dell’enciclica, lo stesso identico punto: l’umanità non è un dato biologico che ti spetta alla nascita, è qualcosa che si sceglie. Riconoscendola negli altri.
Guarda: Blade Runner, identità e umanità
La lettura intelligente
L’enciclica dedica un capitolo al militarismo e ai sistemi d’arma autonomi, le armi che decidono senza un dito umano sul grilletto. Sembra fantascienza, e invece il fronte è già aperto: è solo invisibile. Nel 2010 il worm Stuxnet (opera dei servizi statunitensi e israeliani) sabotò il programma nucleare iraniano mandando in pezzi le centrifughe di Natanz, accelerandole fino alla rottura meccanica. La prima arma puramente digitale della storia, capace di distruggere oggetti fisici con qualche riga di codice. Da allora oltre 120 paesi si sono dotati di capacità offensive, e la cyberguerra funziona ormai come la deterrenza nucleare: un equilibrio del terrore in cui spegnere energia, banche o acqua dell’avversario è un’opzione concreta sul tavolo. L’Italia, tanto per restare con i piedi per terra, nel 2023 ha incassato l’11 per cento degli attacchi globali. La guerra non è sparita: ha solo cambiato substrato.
Guarda: Le guerre del futuro si combatteranno su internet
Intrattenimento (Mica) Banale
Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)
Visto che parliamo di tecnologia che non è mai neutra, c’è un modo molto più leggero di dirlo: due geni dell’animazione e due idee opposte della stessa macchina. Per Walt Disney l’aereo era un gioco: nel 1928 Topolino esordisce in Plane Crazy, ispirato a Lindbergh, e vola per puro divertimento. Hayao Miyazaki, cresciuto nella fabbrica di componenti per aerei militari del padre, ha passato la carriera a chiedersi che senso abbia disegnare qualcosa di bellissimo (un aereo) sapendo che servirà a distruggere. Stessa tecnologia, due visioni inconciliabili.
Il bello è il finale, degno di un film a sé. Quando Harvey Weinstein, all’epoca sotto Disney, voleva tagliare Principessa Mononoke per il pubblico americano, il produttore dello Studio Ghibli gli spedì una katana autentica con un biglietto di due parole: “No cuts”. Nessun taglio. E la ciliegina: oggi è proprio Disney a distribuire nel mondo i film di Miyazaki, diventando l’inattesa beneficiaria economica del suo rivale poetico. La tecnologia non è neutra, ma il mercato, quello, ha uno stomaco notevole.
La Colonna Sonora
Miles Davis - Bitches Brew
Questa settimana, il 26 maggio, Miles Davis avrebbe compiuto cento anni. È l’occasione per riascoltare Bitches Brew (1970), il disco con cui inventò la fusion. Dico “inventò” con qualche virgoletta, perché la vera dote di Davis non era creare dal nulla: era leggere il momento. Aveva già riscritto la grammatica del jazz due volte (con Birth of the Cool nel 1957 e Kind of Blue nel 1959), e quando capì che il pubblico jazz invecchiava e i locali si svuotavano, fuse il jazz con rock e funk con una dichiarazione di intenti quasi insolente: i rocker vendono milioni senza sapere cosa fanno, posso farlo anch’io e meglio. Il disco nacque da 72 ore di registrazione continua, montate poi come un collage dal produttore Teo Macero (una pratica nuova per il jazz, vicina al taglia-e-cuci digitale di oggi). Mezzo milione di copie.
Lo metto in chiusura del numero non per caso: in un’epoca in cui le macchine generano qualsiasi cosa, Davis ci ricorda che la differenza non la fa chi produce le note, ma chi capisce quando è il momento di cambiare tutto.
Leggi: La storia del centenario su Il Post
& Un’Altra Cosa
L’arte di trovare quello che non cercavi
La parola “serendipità” l’ha coniata Horace Walpole nel 1754, ispirandosi a una fiaba persiana, I tre principi di Serendip (Serendip era l’antico nome dello Sri Lanka), in cui i protagonisti facevano continuamente scoperte preziose senza cercarle, ma con l’acume di riconoscerle. Non è fortuna cieca: la fortuna cieca è vincere alla lotteria. La serendipità è sbagliare un esperimento e capire che quell’errore risolve un altro problema. È fortuna allenata. Fleming e la penicillina (una muffa capitata per caso su una piastra), i Post-it (un adesivo “fallito” perché troppo debole), il forno a microonde (una barretta di cioccolato sciolta in tasca vicino a un radar). Come diceva Pasteur, “il caso favorisce solo le menti preparate”.
Ed è qui che torna, sottovoce, il tema di tutto il numero. Viviamo dentro feed costruiti per darci esattamente quello che già ci piace, algoritmi che ottimizzano via ogni deviazione, ogni imprevisto, ogni inciampo fertile. Ma le scoperte più belle nascono proprio quando ci allontaniamo dal sentiero previsto. La serendipità resta un tratto profondamente, ostinatamente umano: quello che nessun motore di raccomandazione sa offrirti, perché per definizione non sa che lo stai cercando.
Esperimento per il weekend: aprite Wikipedia, cliccate “una voce a caso” tre volte di fila e leggete dove vi porta. Probabilmente da nessuna parte. Ma forse, una volta su dieci, da qualche parte che non avreste mai digitato in una barra di ricerca.
Prima di salutarci…
E anche questa settimana è fatta! Un numero un po’ più denso del solito, ma d’altronde stare chiusi in casa al fresco ha i suoi vantaggi: si pensa di più, si suda di meno.
Spero che qualcosa in questa raccolta vi accompagni piacevolmente nel weekend. Se avete letto l’enciclica (o se anche solo l’idea di un papa che cita Kranzberg senza saperlo vi ha incuriositi), se avete un’opinione su Deckard, o se la storia della katana vi ha strappato un sorriso, mi farebbe piacere saperlo.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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