Edizione #41
Una conversazione filosofica sull'AI che per una volta non fa venire voglia di spegnere tutto; uno scandalo editoriale del 1990 che Disney ha cercato di cancellare dalla storia.
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #41
Sabato 16 Maggio 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Maggio ha deciso di comportarsi da novembre, quest’anno. Senza comunicazione formale, senza nemmeno una notifica push dal meteo, con la nonchalance di chi conosce perfettamente le proprie prerogative stagionali e non sente il bisogno di giustificarsi. Dal cassetto sono uscite le felpine (quello stesso cassetto che avevo già mentalmente etichettato come “archivio invernale fino a ottobre”) e il barometro domestico ha aggiornato le sue aspettative al ribasso.
Nel frattempo, ho distribuito un numero imbarazzante di ore su Vintend alla ricerca di edizioni rare di Topolino (budget allocato con priorità inversamente proporzionale a qualsiasi altra scadenza della settimana). Non è strano quanto sembra: come scoprirete più avanti, c’è una storia del 1990 che spiega esattamente perché certi numeri del fumetto più venduto d’Italia siano praticamente irreperibili. Ho fatto ricerca sul campo, insomma. Chiamatela due diligence editoriale.
Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In Questo Numero
Una conversazione filosofica sull’AI che per una volta non fa venire voglia di spegnere tutto; uno scandalo editoriale del 1990 che Disney ha cercato di cancellare dalla storia ma che il mercato dell’usato si rifiuta testardamente di dimenticare; la storia del genere musicale che ha trasformato l’imperfezione in punto di forza; un’enciclopedia infinita dove ogni articolo esiste solo nel momento esatto in cui lo visiti; e una colonna sonora galattica in versione sottotono.
La Riflessione della Settimana
Compiti e attività: quello che l’AI può fare e quello che non vi conviene lasciarle fare
L’abuso di informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di sapere. Carmelo Bene
Lo disse Carmelo Bene in un’epoca in cui il problema era la televisione. Il problema si è sofisticato considerevolmente da allora.
Ho ascoltato un’intervista di 74 minuti tra il filosofo Andrea Colamedici (cofondatore di TLON con Maura Gangitano, presidente di GenIA, insegnante di Prompt Thinking allo IED di Roma e alla 24 Ore Business School) e il divulgatore Raffaele Gaito, nel suo podcast What’s Next. Il titolo era provocatorio: “L’IA minaccia tutti i lavori critici.” Mi aspettavo l’ennesimo dibattito tra tecnofobici e tecno-entusiasti, oppure l’ennesima rassicurazione che “l’AI è solo uno strumento.” Ho trovato invece una distinzione che mi è rimasta in testa per giorni.
Compito contro attività. Un compito (task) è delegabile: è il risultato che conta, non chi lo produce. Un’attività è qualcosa di diverso: è il processo che costruisce chi sei. Scrivere una mail promozionale è un compito. Scrivere perché hai qualcosa da dire è un’attività. La differenza non sta nell’output (spesso indistinguibile) ma in quello che ti lascia dentro mentre lo fai.
Il punto di Colamedici non è che l’AI ci porterà via il lavoro. È che, se deleghiamo all’AI anche le attività oltre ai compiti, rischiamo qualcosa di più sottile: il sé narrativo. L’identità, in questa prospettiva, non è un dato fisso ma una storia che costruiamo attraverso le cose che facciamo. Se smettiamo di farle, non perdiamo solo l’abitudine… perdiamo gli strumenti per accorgerci di averla persa.
La letteratura scientifica chiama questo processo “atrofia cognitiva da delega eccessiva”. È già documentata in contesti molto diversi (il GPS che indebolisce la navigazione spaziale, le calcolatrici che riducono la capacità di calcolo mentale). L’AI lo scala a dimensioni senza precedenti, perché non riguarda una competenza specifica ma il pensiero in quanto tale.
Non è una storia senza precedenti, però. Nel 1911, Frederick Winslow Taylor pubblicò “The Principles of Scientific Management” e separò sistematicamente il pensiero dall’esecuzione nella produzione industriale: ai manager il compito di progettare, agli operai quello di eseguire, senza capire perché. La produttività aumentò. Le competenze artigianali sparirono in una generazione. Oggi il taylorismo ha fatto un salto di piano: non riguarda più le mani, riguarda la testa. I knowledge worker sono gli operai della prossima fase.
Ne avevamo parlato tangenzialmente nell’edizione #39, con la stanchezza metafisica e i bullshit jobs di David Graeber: molte persone sentono che il loro lavoro non serve a niente. Colamedici aggiunge un livello ulteriore: la crisi non è solo “il mio lavoro è inutile”, è “io non sono più necessario.” E per chi costruiva la propria identità attraverso competenze specifiche (scrittori, traduttori, copywriter, analisti), questa è una sensazione nuova, viscerale e difficile da razionalizzare.
Già nell’edizione #8 avevamo esplorato il parallelo con i manovratori di ascensore del 1924: anche allora c’era una categoria professionale che aveva investito identità, formazione e orgoglio in una competenza che l’automazione stava rendendo irrilevante. La differenza è che quella volta riguardava un mestiere specifico. Questa volta riguarda la classe dei lavoratori della conoscenza nel suo insieme.
La cosa che mi ha colpito di più nell’intervista è la conclusione di Colamedici: non la risposta, ma la postura. Chi sa stare nelle domande senza il bisogno urgente di una risposta definitiva ha un vantaggio adattivo reale. F. Scott Fitzgerald scrisse che “il test di un cervello di primo ordine è la capacità di contenere pensieri contrastanti e funzionare egregiamente.” In questo momento storico, quella non è solo una dote personale: è una competenza professionale.
Il video completo qui
Scoperte & Curiosità
Quello che non sapevo e ora sì: come Disney cercò di cancellare un numero di Topolino
Nel febbraio del 1990, il numero 1785 del settimanale Topolino pubblicò una storia scritta da Massimo Marconi e disegnata da Giorgio Cavazzano. Titolo: “Ho sposato una strega.” L’obiettivo era svecchiare il personaggio, mostrarne il lato umano e vulnerabile attraverso l’esperienza del matrimonio: un esperimento narrativo coraggioso per un topo che fino a quel momento era stato inossidabilmente perfetto, privo di fragilità, disturbantemente privo di difetti.
Il personaggio esiste dal 1928 (debutto in Steamboat Willie). Il settimanale italiano (prima quindicinale, prima ancora mensile) esiste dal 1949. Quarantuno anni di immagine controllata, cristallizzata, impermeabile al rischio narrativo. “Ho sposato una strega” fu il momento in cui la redazione italiana decise di forzare la mano.
Il problema fu una singola vignetta: Topolino e Samantha (la strega) in camera da letto, mentre si svestono prima di coricarsi. L’inserto satirico “Cuore” de L’Unità la riprese in prima pagina con il titolo: “Topolino tromba! Ecco le prove.” Seguirono telefonate, lettere, discussioni radiofoniche. Il caso arrivò fino a Michael Eisner, allora CEO di Walt Disney Company.
La risposta fu immediata e draconiana: ordine di distruggere le pellicole di stampa originali, richiesta di dimissioni per il direttore Gaudenzio Capelli (poi revocata), divieto assoluto di ristampa vigente ancora oggi. La storia non è mai più stata ripubblicata in Italia.
L’ironia è che il clamore aumentò le vendite del numero successivo del 10%. La gente cercava il numero con lo scandalo, che era già esaurito. L’interdizione ne ha fatto un oggetto di culto: più è inaccessibile, più diventa desiderabile, con la traiettoria tipica di qualunque cosa venga proibita con eccessivo entusiasmo.
Fonti:
Il genere musicale che ha scelto di essere sbagliato
Il termine “Lo-Fi” nasce negli anni ‘50 come etichetta tecnica dispregiativa per registrazioni di scarsa qualità realizzate con strumentazione povera. Negli anni ‘80 viene recuperato come etica DIY. Negli anni ‘90 diventa un genere. Nel 2003 l’Oxford Dictionary lo definisce; nel 2008 aggiorna la definizione includendo il concetto di “scelta estetica deliberata.”
Settant’anni per trasformare un difetto in identità.
Una delle innovazioni strutturali del genere è la de-quantizzazione: J Dilla, uno dei musicisti che hanno definito il Lo-Fi hip hop, decise di non sincronizzare perfettamente le percussioni al tempo musicale. In termini tecnici: perturbazione ritmica intenzionale applicata alla drum machine. In termini umani: le batterie suonano come se fossero suonate da una persona, non da un metronomo. L’imperfezione produce calore.
La funzione sociale del Lo-Fi è interessante quanto la sua storia. Non è musica per la decompressione post-lavorativa dell’era del boom (quella era il chill-out degli anni ‘90, che suonava come ottimismo). È una risposta alla “società della performance”: ogni ora deve essere produttiva, ogni momento documentato, ogni fallimento una deviazione dalla norma. Il Lo-Fi non promette di rilassarsi. Promette che va bene studiare con una colonna sonora che suona come se venisse da un cassetto dimenticato, come se il tempo non fosse necessariamente lineare, come se la mediocrità non fosse una punizione.
C’è qualcosa di filosoficamente coerente in questo: in un’era in cui l’AI produce output perfetti su richiesta, scegliere consapevolmente l’imperfezione come estetica è quasi un atto di resistenza. Anche se nessuno ci ha pensato in questi termini mentre metteva su una playlist per studiare.
La Colonna Sonora
Star Wars lofi — Closed on Sunday
Prendete la colonna sonora di Star Wars. Togliete l’epica, i corni in fortissimo, il senso di destino cosmico che porta con sé ogni nota di John Williams. Aggiungete fruscio di vinile, un beat rallentato, qualche nota di piano a bassa frequenza. Ottenete qualcosa di paradossalmente più fruibile dell’originale, con lo stesso senso di guardare le stelle da lontano ma senza sentire il bisogno di fare qualcosa al riguardo.
Closed on Sunday è il canale (e la persona) dietro questa rielaborazione. Il risultato funziona sia se state lavorando sia se state rimandando di farlo: la galassia lontana lontana in versione pomeriggio di pioggia, perfettamente compatibile con le felpine riesumate dal cassetto di cui sopra.
C’è anche una coerenza con questa settimana: abbiamo parlato di imperfezione come scelta estetica nel genere Lo-Fi, e questa traccia ne è un esempio concreto. La musica epica ridotta a sottofondo non perde il suo DNA: lo trasforma in qualcosa di più quieto, ma non meno riconoscibile. L’equivalente sonoro di un’idea grande tenuta in tasca invece di essere urlata.
& Un’Altra Cosa
L’enciclopedia che non esiste finché non ci vai
Halupedia è un’enciclopedia online. Ha lo stesso layout di Wikipedia, gli stessi font, le stesse citazioni accademiche in fondo agli articoli, la stessa voce istituzionale leggermente imbalsamata.
Ha un problema: tutto il contenuto è inventato, e non esisteva nulla sul sito prima che qualcuno ci accedesse.
Il meccanismo funziona così: ogni articolo nasce nel momento esatto in cui viene visitato per la prima volta. Un LLM genera il testo in stile enciclopedico del XIX secolo, lo salva permanentemente, e da quel momento è disponibile per chiunque arrivi dopo. Prima di quel click, non esiste da nessuna parte. Dopo, è “sempre esistito” con la stessa logica per cui la luce di una stella che vi colpisce gli occhi è “sempre stata in viaggio” verso di voi, anche se la stella potrebbe non esserci più.
Il progetto è open source (GitHub: BaderBC/halupedia), gira su Cloudflare Workers, e include un meccanismo chiamato “link hints” per garantire la coerenza interna: ogni link in un articolo porta un attributo nascosto che diventa “canon” per gli articoli futuri. Il LLM può inventare qualunque cosa, ma non può contraddire quello che ha già inventato in precedenza.
Un’allucinazione, ma disciplinata.
Il senso dell’umorismo sta nel gap tra la serietà del tono enciclopedico e l’assurdità del contenuto: personaggi come Barnaby Prickle e Scholar Petronella Vane, istituzioni come la City of Gloom Treasury Department e la Municipal Rat Management Division.
L’articolo che ho “scovato” per primo è “The 1788 Farewell Ball Incident.” Racconta di come Barnaby Prickle, responsabile della sala da ballo della City of Gloom, decise di usare il registro fiscale principale della città come pavimento da ballo: il pavimento originale era diventato troppo appiccicoso per lo sciroppo di fiori di sambuco versato per terra, e Prickle aveva bisogno di una soluzione immediata. Il registro rimase sotto i piedi dei danzatori per giorni. Una gavotta (una danza francese) particolarmente vigorosa cancellò tutte le cifre relative al “Royal Eel Fisheries Subsidy.” L’intero bilancio civico risultò irrecuperabilmente compromesso. Barnaby Prickle fu riassegnato alla Municipal Rat Management Division, che molti osservatori considerarono una promozione di rilievo.
Tutta finzione. Scritta al momento. Ma con più dignità narrativa di molti articoli reali.
Halupedia: fateci un giro
Prima di salutarci…
E anche questa settimana è fatta! Siamo alla #41, e devo ammettere che ogni volta che mi avvicino a un numero tondo mi aspetto qualche forma di cerimonia. Poi invece arriva e se ne va come tutte le altre settimane, senza felpine extra né gavotte sui libri contabili.
Se qualcosa vi ha incuriosito, condividetelo con chi pensate potrebbe apprezzarlo. È il modo migliore per far crescere questa piccola raccolta.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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