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Edizione #42

Un filosofo spiega perché Cartesio era fondamentalmente un ingegnere militare e perché Platone aveva ragione. La Bulgaria vince l'Eurovision con una canzone il cui titolo significa "caos".

Edizione #42

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #42

Sabato 23 Maggio 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Questa settimana è stata ad alta densità di particelle scatenate. Sono stato al Salone del Libro di Torino, un evento che sconsiglio vivamente a chi ha bisogno di mantenere il portafoglio in equilibrio termodinamico. Migliaia di persone, centinaia di editori, e la costante impressione che l’intero universo culturale italiano si sia compresso nei capannoni del Lingotto aumentando la propria densità fino a creare una singolarità libraria. Ne è uscita intatta solo la mia lista delle cose da comprare, che ha invece raggiunto uno stato di espansione caotica. Un’esperienza da fare almeno una volta nella vita, preferibilmente con carta di credito già esaurita.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Un filosofo spiega perché Cartesio era fondamentalmente un ingegnere militare e perché Platone aveva ragione su tutto tranne che su dove metteva i piedi. La Bulgaria vince l’Eurovision con una canzone il cui titolo significa “caos” in slang giamaicano (qualcuno lassù ha senso dell’umorismo). Poi: la storia surreale del Folletto, cioè l’aspirapolvere più amato d’Italia, e il gioco online più masochistico che abbiate mai incontrato.

Copertina Edizione #42

La Riflessione della Settimana

Siamo tutti sulla zattera di Platone

Luciano Floridi sale sul palco del Salone del Libro di Torino, cerca gli appunti, e ammette candidamente che sua moglie non c’è stasera, quindi può prenderla alla larga. Quello che segue è uno dei percorsi filosofici più densi che abbia sentito di persona: parte dall’acqua, arriva all’intelligenza artificiale, e nel mezzo ci passa Cartesio vestito da ingegnere militare.

Il punto di partenza è una distinzione semplice ma spiazzante: l’acqua dolce e l’acqua salata come metafore della tradizione filosofica occidentale. La cultura cristiana dei quattro Vangeli è terrestre. Gesù cammina sull’acqua, ma è dolce; le metafore sono colline, radici, edifici, fondamenta. Quando San Paolo esce dal giro di Gerusalemme per internazionalizzare il Cristianesimo, introduce le metafore marine. Ma la nostra filosofia è rimasta, per lo più, a piedi asciutti.

Il dettaglio che mi ha colpito di più è questo: Cartesio era un allievo di Simon Stevin, ingegnere militare specializzato in fortezze e fondamenta. Nel 1618, a ventidue anni, Cartesio si arruola nell’esercito protestante e riceve il suo unico addestramento formale in ingegneria. Studia: costruzione di fortezze, smantellamento, irrobustimento, fondamenta. Quando scrive le Meditazioni, usa esattamente quel vocabolario. Il fondazionalismo moderno, l’idea che si possa trovare una base solida su cui costruire tutta la conoscenza, non è una metafora: è la terminologia dell’ingegneria militare tradotta in filosofia. Il Cogito ergo sum è, in sostanza, il bunker epistemologico definitivo.

Il problema è che il progetto non ha mai funzionato. Kant fallisce. Frege abbandona il suo programma logicista dopo Russell. Heidegger non pubblica la seconda parte di Essere e Tempo. Wittgenstein non pubblica le Ricerche Filosofiche. Russell non pubblica il quarto volume dei Principia Mathematica. La terraferma filosofica su cui si voleva costruire il fondamento definitivo si rivela, ogni volta, sabbie mobili. Come dice Floridi con una certa soddisfazione: “È un cimitero. Tutti, uno dopo l’altro, documentati.”

L’alternativa è nell’immagine che Platone usa nel Fedone: la zattera. Non una nave (troppe pretese di solidità), non un gommone (troppo fragile). Una zattera su cui si sale sapendo che va riparata mentre si naviga, che non ha fondamenta perché non ne ha bisogno, che va a remi nella “seconda navigazione” (quella difficile, quella che non ha il vento a favore e richiede uno sforzo concettuale non trascurabile). Come diceva Socrate, nel passo che Floridi legge a memoria cercando di non perdersi: “Bisogna navigare su questo ragionamento, anche se è fragile come una zattera. Se non se ne trova uno più sicuro, bisogna rischiare.”

Ed ecco dove l’intelligenza artificiale rientra nel quadro, in modo quasi inevitabile. La cultura digitale parla da sempre in metafore marine: navighiamo sul web, siamo in streaming, carichiamo nel cloud, scarichiamo, surfamo. Siamo già immersi nell’acqua salata concettualmente, ma continuiamo a ragionare con il vocabolario del fondazionalismo: vogliamo certezze, punti fermi, strutture solide su cui appoggiarci. Vogliamo che qualcuno ci dica dove poggiare i piedi.

Il lavoro che Floridi propone è di “design concettuale”: non trovare il fondamento, ma costruire la zattera mentre si è già in mare. Senza sapere dove si arriverà, senza l’escatologia cristiana che almeno forniva una destinazione, con solo i remi e la capacità di riparare le assi mentre si naviga.

Non è consolante. Ma è probabilmente la descrizione più onesta di come funziona qualsiasi sistema di conoscenza che non voglia mentire a sé stesso.

Floridi è già comparso in questa newsletter in contesti diversi: nell’edizione #23 (sul divorzio tra agire e intelligenza in ChatGPT), nell’edizione #37 (corpo esteso e democrazia) e nell’edizione #39 (lavoro, stanchezza metafisica e AI). Ogni volta porta lo stesso metodo: storicamente informato, ironico sui propri limiti, preciso sui concetti. Ogni volta lascia una domanda aperta. Questa volta la domanda è: se la zattera non ha meta escatologica, chi decide la direzione?


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

Il Salone del Libro di Torino non è solo una fiera: è una macchina organizzativa con centinaia di editori, migliaia di visitatori e costi di gestione imponenti. Questo ha portato a una trasformazione silenziosa ma significativa. Gli eventi più interessanti richiedono prenotazione e un contributo extra. I posti in auditorium hanno un “obolo” d’accesso. Quello che era un luogo in cui “perdersi” sta diventando un percorso burocratico ed economico. La barriera non è più culturale (saper leggere) né fisica (trovare posto), ma economica e temporale. Non è elitarismo nel senso tradizionale: è una selettività nuova, in cui il tempo è la risorsa più scarsa e chi non può programmare in anticipo rimane fuori. Il libro, da “gesto leggero”, sta diventando un atto ponderato, soggetto alle stesse logiche di consumo della tecnologia di fascia alta.

Guarda per riflettere: La cultura è elitaria?

L’ascolto intelligente

Le chat che rileggete non corrispondono quasi mai al ricordo che avevate di quelle conversazioni. Non è un bug del sistema. È che la memoria umana non è un archivio: è un processo dinamico che ricostruisce il passato in base al presente. Dimenticare non è un difetto cognitivo ma una strategia evolutiva. Come spiega il prof. Sergio Della Sala nel libro Perché dimentichiamo, l’oblio è il meccanismo che permette al cervello di distinguere l’auto di oggi da ogni auto parcheggiata negli ultimi dieci anni. La traccia digitale è oggettiva e inclemente: ti mostra cosa hai scritto, non quello che provavi, non chi eri. Come diceva Fred Madison in Strade Perdute di David Lynch (1997): “Preferisco ricordare le cose a modo mio… come le ricordo, non necessariamente come sono avvenute.” Una frase che sembrava cinismo e invece era neurologia.

Ascolta: Quello che perdiamo quando non perdiamo nulla


Intrattenimento (Mica) Banale

Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)

Vorwerk è un’azienda tedesca fondata alla fine dell’Ottocento che produce tappeti, poi motori per grammofoni, poi (quando i grammofoni declinano) aspirapolveri. Il nome del prodotto italiano nasce da un’esclamazione della segretaria dell’ingegnere Engelbert Gorisen negli anni Trenta: vedendo il primo prototipo, disse “un piccolo folletto” (Kleiner Kobold). L’Italia è l’unico mercato al mondo che lo chiama così, e anche l’unico che chiama Bimby quello che il resto del mondo conosce come Thermomix. Si stima che una famiglia italiana su tre possieda un Folletto. Il fatturato italiano supera i 500 milioni di euro all’anno, ottenuto senza Amazon, senza negozi, senza pubblicità tradizionale massiccia. Solo porta a porta, dimostrazione pratica sul tappeto (opportunamente sporco), rate a 6-7 anni presentate come “il costo di un caffè al giorno”, e feste aziendali con Katy Perry. Il record: Sandro Falsoi, nel 2024, ha venduto 2092 unità in un anno. Circa sei Folletti al giorno. L’uomo probabilmente non dorme, non mangia, e si muove con una cadenza che farebbe impallidire un sistema di ridondanza RAID a tre dischi hot-spare.

Guarda: E tu ce l’hai un aspirapolvere Folletto?

Il video che accompagna

La scena finale di The End of Evangelion (1997) è una delle più analizzate e irrisolte dell’intera animazione mondiale. Shinji e Asuka, soli su una spiaggia di sangue rosso, dopo che tutti gli esseri umani si sono dissolti in un’unica coscienza collettiva. Shinji aveva la possibilità di restare nella fusione totale (nessun dolore, nessuna solitudine) e ha scelto di tornare. Il primo atto dopo il ritorno: stringere le mani al collo di Asuka, per sentire fisicamente l’esistenza di qualcuno che può rifiutarlo. Asuka, invece di reagire con violenza, lo accarezza. Poi dice “kimochi warui” (“che schifo”). Anno non voleva rassicurare lo spettatore. Voleva mostrargli che scegliere di vivere con gli altri non è poetico. È difficile, doloroso, e a volte disgustoso. Non è intrattenimento facile, ma è una delle rappresentazioni più oneste della solitudine come scelta consapevole che abbiate mai visto.


La Colonna Sonora

DARA - Bangaranga

La 70esima edizione dell’Eurovision Song Contest si è conclusa sabato scorso a Vienna con la vittoria della cantante bulgara Dara, al secolo Darina Nikolaeva Jotova, 27 anni. Il brano si chiama “Bangaranga”, parola presa dallo slang giamaicano che significa, letteralmente, caos.

È difficile trovare una scelta più involontariamente adatta per una settimana trascorsa tra un Salone del Libro sovraffollato e un filosofo che spiega perché il fondamento è un’illusione. L’edizione è stata segnata da forti controversie: cinque nazioni hanno boicottato (Irlanda, Spagna, Slovenia, Paesi Bassi, Islanda) per la presenza di Israele. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che Israele avrebbe speso oltre un milione di euro in due anni per promuovere i propri artisti sfruttando le regole di voto, che permettevano fino a 20 preferenze per singolo candidato. Il secondo posto è andato a Israele. La quantità di bangaranga generata è stata, in ogni caso, proporzionale all’occasione. L’Italia ha chiuso quinta con Sal Da Vinci.


& Un’Altra Cosa

Il gioco delle password impossibili

The Password Game è un sito di Neal Agarwal, sviluppatore noto per i suoi esperimenti web interattivi che oscillano tra il filosofico e il completamente inutile (in senso tecnico: puramente ludico). Il gioco è semplice: bisogna creare una password che rispetti un requisito. Poi due. Poi cinque. Poi venti. I requisiti si accumulano e si contraddicono: la password deve contenere un numero romano, deve includere il simbolo chimico di un elemento della tavola periodica, deve avere una somma delle cifre pari a 25, non deve contenere la lettera “e”, deve incorporare la soluzione corretta di un Wordle valido di quel giorno. Ogni tentativo di soddisfare il requisito numero 12 invalida il requisito numero 4. Il sistema cresce in modo esponenziale (in senso tecnico: O(n²) di frustrazione per ogni n requisiti aggiunti) e diventa presto chiaro che l’obiettivo non è trovare la soluzione ma rendersi conto che non esiste soluzione semplice.

Stupido e ipnotico. Involontariamente una metafora perfetta per qualsiasi sistema normativo abbastanza complesso: le regole si accumulano fino a quando non è più chiaro a cosa servano, ma non si riesce a smettere di giocare perché ci si è troppo dentro.

The Password Game


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! Con qualche neurone in meno, perché il Salone del Libro di Torino fa esattamente quello: ti riempie di cose che vuoi leggere e ti svuota di certezze su quale leggere per prima.

Spero che qualcosa in questa raccolta vi accompagni piacevolmente nel weekend. Se avete già incontrato Floridi, se avete giocato al Password Game fino a perdere il filo, o se avete un Folletto in casa (e sapete benissimo quanto è costato), mi farebbe piacere saperlo.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.


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