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Edizione #39

La stanchezza che non si cura col riposo (e perché David Graeber lo aveva capito prima di tutti), 38 milioni di tonnellate di alghe atlantiche che Cristoforo Colombo non avrebbe saputo spiegarsi

Edizione #39

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #39

Sabato 2 maggio 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Settimana corta, questa. Con un giovedì che aveva il sapore inequivocabile di un venerdì e un venerdì che ogni cinque minuti tentava di convincermi che fosse già sabato. La F1 è tornata a far rumore in background (letteralmente), il bel tempo ha reso le passeggiate serali quasi obbligatorie, e il lunedì che ci aspetta sembra già una piccola promessa di trauma da rientro. Viviamo e speriamo.

Nel frattempo, mi sono ritrovato a ragionare su una domanda che non è nuova ma torna ciclicamente con una forza strana: perché lavorare stanca, anche quando il lavoro non è fisicamente stancante?

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

La stanchezza che non si cura col riposo (e perché David Graeber lo aveva capito prima di tutti), 38 milioni di tonnellate di alghe atlantiche che Cristoforo Colombo non avrebbe saputo spiegarsi, l’Unione Europea e i suoi tempi geologici nella tutela della salute dei consumatori, Tokyo dipinta ad acquerello prima che sparisca, e un framework per usare l’AI come un consiglio di amministrazione tascabile. Ah, e Angèle. Di nuovo.

Copertina Edizione #39

La Riflessione della Settimana

Stanchezza metafisica: il carbone invisibile che non scalda nessuno

The morality of work is the morality of slaves, and the modern world has no need of slavery. Bertrand Russell, In Praise of Idleness (1932)

Novantaquattro anni fa, Russell scriveva che il mondo industrializzato avrebbe presto avuto così tanta produttività da liberare l’umanità dal lavoro eccessivo. Settimana lavorativa di quindici ore, tempo libero in abbondanza, fiorire intellettuale e civile. Sappiamo com’è andata.

La stanchezza di cui parla l’articolo di questa settimana non è burnout. È qualcosa di più sottile e, in un certo senso, più devastante: è il sospetto radicale che ciò che facciamo ogni giorno non serva a nessuno. Non la fatica del lavoro troppo intenso, ma la fatica del lavoro potenzialmente inutile. La chiama “stanchezza metafisica”, e il termine è chirurgico.

David Graeber l’aveva intuito nel 2013, quando pubblicò sul magazine Strike! un articolo destinato a diventare virale prima che “virale” diventasse un’unità di misura del successo. Il titolo era “On the Phenomenon of Bullshit Jobs” e il concetto era semplice quanto provocatorio: una quota significativa del lavoro contemporaneo è percepita come totalmente inutile da chi la svolge. Non parlo dei lavori che la società guarda dall’alto in basso (netturbini, facchini, badanti) ma del lavoro professionale, ben retribuito, con la scrivania ordinata e il badge aziendale al collo. Coordinatori di coordinatori. Manager di processi che gestiscono altri processi. Produttori di documenti che nessuno leggerà mai completamente, a partire da chi li produce. Graeber trasformò poi quell’articolo in un libro, nel 2018, e la sua tesi divenne un campo di studio a sé.

L’intuizione più interessante, però, è quella che arriva dopo Graeber: l’arrivo dell’intelligenza artificiale ha trasportato questo sospetto dall’ufficio open space allo studio del creativo, dalla scrivania del copywriter alla cattedra del docente universitario. Chi lavorava con la mente (e più ancora con le mani sulla tastiera) costruiva la propria identità professionale sull’idea di produrre qualcosa che solo lui sapeva produrre. Un’illusione che l’AI ha scelto di non rispettare con particolare delicatezza. Nell’edizione #8 avevo guardato questo fenomeno dal lato economico: manovratori di ascensori, traduttori automatici, professioni che scompaiono per ragioni di efficienza. Qui siamo un livello più in basso: non chi perde il posto, ma chi perde il senso del posto.

C’è una distinzione che l’articolo introduce e che trovo particolarmente utile: quella tra compito e attività. Un compito è qualcosa di isolabile, descrivibile, replicabile, ottimizzabile: fare lezione, somministrare una terapia, scrivere un testo. È delegabile, misurabile, automatizzabile. Un’attività, invece, ha senso solo dentro una storia, un corpo, una relazione: insegnare, curare, creare. Il paradosso è che negli ultimi decenni di management da manuale le attività sono state sistematicamente scomposte in compiti (per poterle misurare, valutare, ottimizzare), e facendo questo le professioni sono state rese intrinsecamente automatizzabili. Come campionare una sinfonia a 64 kbps per poterla archiviare più facilmente, e poi meravigliarsi che suoni vuota.

Aristotele aveva già separato poiesis (la produzione orientata al prodotto finale) dalla praxis (l’azione che ha senso in sé stessa, indipendentemente dal risultato). Duemilatrecento anni dopo, stiamo riscoprendo questa distinzione nel modo più scomodo possibile. Floridi lo aveva formulato diversamente nell’edizione #23: il divorzio tra intelligenza (che la macchina può simulare) e azione (che richiede un soggetto, una storia, una responsabilità). La stessa domanda, vista dal lato opposto: cosa rimane dell’azione quando si toglie il compito, se l’attività non è mai stata coltivata?

La soluzione, avverte l’articolo con onestà poco confortante, non è individuale. Le app di mindfulness aziendale e i corsi di resilienza rischiano di essere la versione contemporanea degli antidolorifici somministrati a chi ha una gamba rotta: utili forse, ma non al problema. La crisi è strutturale, e richiede risposte strutturali.

Vale la pena leggerlo, soprattutto se anche voi avete passato almeno un martedì mattina a chiedervi cosa state effettivamente costruendo.

Link: Perché non ti va più di lavorare (TlonLetter)


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì: Oceano dei Sargassi, da 1 milione a 38 milioni di tonnellate in quattordici anni

Cristoforo Colombo ci passò attraverso nel 1492 e ne rimase abbastanza impressionato da annotarlo nel diario di viaggio. Il Mare dei Sargassi, tra le Antille e le Azzorre, era già allora un ecosistema peculiare: una distesa di macroalghe brune che galleggiano senza radicarsi, riprodotte per frammentazione, vivaio naturale per tartarughe marine, pesci e crostacei. Un ecosistema bizzarro e stabile da secoli.

Dal 2011 qualcosa è cambiato. Una fase negativa dell’Oscillazione del Nord Atlantico ha spinto i venti verso sud, trasportando i “semi” di Sargasso fuori dalla loro latitudine abituale. Le alghe hanno trovato condizioni favorevoli a 6 gradi Nord (anziché tra 20 e 35 come da tradizione), hanno colonizzato il territorio, e la fauna locale ha iniziato a produrre abbastanza azoto (tramite l’urina, con il pragmatismo biologico che caratterizza la natura) da rendere la fioritura completamente autoalimentata. Un perpetuum mobile biologico che, a differenza dei suoi cugini fisici, funziona davvero.

Il risultato è la Great Atlantic Sargassum Belt: 38 milioni di tonnellate di alghe nel 2025, contro il milione del Mare dei Sargassi storico. Danni economici stimati in 3,5 miliardi di dollari alle comunità costiere dei Caraibi e del Golfo del Messico (la decomposizione produce gas solforosi maleodoranti sulle spiagge, addio turismo). Ma anche, in filigrana, delle opportunità: in Messico si producono mattoni al Sargasso più resistenti agli uragani di quelli tradizionali, e alle Barbados un’ingegnera di nome Legena Henry ha scoperto che le larve di mosca soldato nera trasformano le alghe in biocarburante con un’efficienza che non ti aspetti da un insetto.

Nota a margine: il Sargasso sequestra CO2, ma 38 milioni di tonnellate rappresentano lo 0,13% delle emissioni annuali globali. Un contributo reale, ma che non giustifica di abbassare la guardia sui combustibili fossili.

Link: L’Oceano dei Sargassi: sfide climatiche e soluzioni emergenti


La lettura intelligente: Cosmetici, CMR e la burocrazia come forma di (non) tutela

Nel luglio 2025 l’Unione Europea ha avviato una revisione normativa della regolamentazione cosmetica, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi amministrativi per le imprese (risparmio stimato: 37,5 miliardi di euro entro il 2030). L’effetto collaterale, meno pubblicizzato, è che si stanno allungando molto i tempi per eliminare dai cosmetici le sostanze CMR, ovvero quelle classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione.

Quanto più lunghi? La normativa vigente prevede 18 mesi dall’ufficializzazione del divieto. Il Parlamento Europeo propone di quadruplicarli, consentendo a queste sostanze di restare sui mercati per oltre 6 anni dal momento in cui vengono ufficialmente riconosciute come pericolose.

L’argomento dell’industria è la mancanza di tempo per riformulare i prodotti. Peccato che in media trascorrano già 5 anni tra l’inizio del processo di classificazione e il divieto ufficiale, e che il caso Lilial (le cui evidenze di tossicità risalgono agli anni Novanta, con un divieto arrivato solo nel 2022) suggerisca che di tempo, storicamente, ce n’è sempre stato in abbondanza.

Il mercato europeo dei cosmetici vale 104 miliardi di euro l’anno. Il calcolo non è particolarmente complicato.

Link: Il rischio di allentamento normativo sui cosmetici in Europa (Yuka)


Il video che vale la pena: Le botteghe di Tokyo che stanno sparendo

Nel 2016, Mateusz Urbanowicz (illustratore polacco trapiantato a Tokyo) ha cominciato a girare per i quartieri “noiosi” della città, quelli che gli stessi edochiani preferiscono ignorare, e ha iniziato a dipingere ad acquerello le vecchie botteghe dell’era Showa (1926-1989). Dieci tavole, poi quaranta, poi cinquanta: un libro pubblicato nel 2018 che è diventato il più venduto su Amazon Italia nella sezione illustrazione.

Le botteghe sono alte e strette per una ragione precisa: a Tokyo si tassava la larghezza della facciata su strada, non l’altezza. Dunque gli edifici crescevano verso l’alto come funzioni di ottimizzazione fiscale con l’architettura come variabile dipendente. Calzolai, parrucchieri, negozi di penne stilografiche, ristoranti specializzati in tsukudani (specialità a base di salsa di soia e zucchero): l’universo ordinario di una città che stava cambiando velocemente.

Tre delle prime dieci botteghe dipinte nel 2016 erano già demolite quando il libro è uscito. Urbanowicz lo sapeva, e quella consapevolezza è visibile nei colori tenui e trasparenti dell’acquerello: qualcosa di bello da guardare prima che sparisca.

Botteghe di Tokyo — Mateusz Urbanowicz (La Feltrinelli)


Il framework: L’AI come consiglio di amministrazione personale

Marco Montemagno propone una scala in sette livelli per usare l’AI nei processi decisionali, che va dalla semplice opinione di un chatbot gratuito agli agenti specializzati che operano in modo autonomo con regole preimpostate. L’idea centrale è quella del “consiglio di mentori virtuali”: invece di decidere da soli (o peggio, consultando persone con gli stessi bias cognitivi), si interrogano modelli diversi da prospettive diverse, si fornisce il contesto specifico, si istruisce l’AI a fare esplicitamente il contraddittorio.

Il livello 6 è quello che trovo più interessante: istruire l’AI a non essere d’accordo con te, a cercare i tuoi punti ciechi, a comportarsi come un critico pessimista ma razionale. Un consulente che non va in ferie, non si ammala e non chiede aumenti (o almeno, ha secondi fini molto più trasparenti del collega medio).

Link: Ottimizzare le decisioni con l’AI (Marco Montemagno)


La Colonna Sonora

Angèle — Balance ton quoi (2018)

Due settimane di fila. Lo ammetto senza vergogna e senza spiegazioni: l’album è in loop da più di una settimana e non sembra intenzionato a cedere il passo.

Balance ton quoi è del 2018 ed è nata come risposta al movimento #MeToo nella sua versione francese (#BalanceTonPorc, letteralmente “denuncia il tuo porco”). Il titolo gioca sulla formula della denuncia pubblica, ma il tono è ironico e tagliente: Angèle prende la condiscendenza quotidiana (“per una bella ragazza non sei così stupida”, “per una ragazza divertente non sei così brutta”) e la restituisce con una leggerezza che fa male quanto un messaggio diretto avrebbe fatto in modo diverso.

Il video amplifica tutto questo: costruito come un numero musicale con la precisione coreografica di un film degli anni Cinquanta, inverte costantemente i ruoli tra chi osserva e chi viene osservato. È quel tipo di lavoro in cui la forma e il contenuto si rinforzano a vicenda senza che uno sovrasti l’altro. Vale davvero la pena vederlo.

E se vi trovate a canticchiare “balance ton quoi, même si tu parles mal des filles” per tutto il sabato, sappiate che non siete soli.

Angèle — Balance ton quoi


& Un’Altra Cosa

Un archivio per le cose belle che avete già perso

Il sito cosebellealtrestorie.it è ormai un archivio navigabile di trentanove edizioni: si può cercare per tag, sfogliare per argomento, ritrovare quella storia dell’oceano dei Sargassi che un giorno potrebbe tornare utile.

Ho pensato a lungo a come presentarlo in questa sezione, perché c’è qualcosa di vagamente paradossale nell’usare la newsletter per promuovere l’archivio della newsletter stessa (una struttura ricorsiva che avrebbe fatto sorridere Gödel). Ma il punto non è l’autopromozione: è che ogni sabato queste cose escono, vengono lette, e poi la settimana successiva è già altrove. Il sito è il posto dove vanno a finire quando smettono di essere “nuove” e diventano semplicemente disponibili.

In fondo, è un po’ lo stesso principio delle botteghe di Tokyo dipinte ad acquerello: qualcosa di bello che vale la pena avere da qualche parte prima che sparisca dalla memoria.


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! Un 2 maggio che sapeva già di estate, con il ponte che ci ha restituito qualche ora in più di vita non-lavorativa e la domanda sul senso di quella lavorativa che aleggiava sullo sfondo come un ospite non invitato ma interessante.

Se qualcosa vi ha incuriosito (o se avete qualcosa da dire sulla stanchezza metafisica del vostro martedì mattina), vi aspetto in risposta a questa mail. Le risposte dei lettori sono la parte del progetto che preferisco.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.

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