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Edizione #38

Un sistema di gestione della conoscenza che affonda le radici nel 1945 e che oggi si chiama Second Brain. Una cassaforte biologica per i microbi che stiamo perdendo senza accorgercene.

Edizione #38

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #38

Sabato 25 Aprile 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Questa settimana mi sono fermato su un paradosso che non riuscivo a scrollarmi di dosso. L’AI ha liberato tempo nel mio flusso di lavoro: è vero, misurabile, reale. Il problema è che quel tempo si è riempito istantaneamente con nuovi esperimenti, nuovi sistemi da testare, nuovi flussi da ottimizzare. È la versione computazionale della legge di Parkinson (il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile), applicata però non solo alle ore ma anche alla curiosità. Ho liberato un’ora di routine grazie a un hook che automatizza metà del mio workflow, e quell’ora l’ho riempita scrivendo un secondo blog per spiegare come funziona il primo. Sono il problema.

La noia, quella vera, quella in cui il cervello vaga e poi trova qualcosa di inaspettato, è diventata la risorsa più difficile da proteggere. Eppure è lì che nascono le idee. Non nell’ottimizzazione continua, non nella token anxiety da sprint settimanale, ma negli spazi vuoti che il cervello riempie da solo, a modo suo.

Sabato 25 aprile, tra l’altro: ottantun’anni dalla Liberazione. Forse il giorno giusto per uscire, non guardare uno schermo, e annoiarsi deliberatamente. Prima, però: prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Un sistema di gestione della conoscenza che affonda le radici nel 1945 e che oggi si chiama Second Brain. Una cassaforte biologica per i microbi che stiamo perdendo senza accorgercene. Il nuovo status symbol dell’AI aziendale: non quanti modelli usi, ma quanti token bruci. Un pallone arancione che nel 1962 ha venduto più di qualsiasi altro pallone al mondo (incluso quello che portava il nome di Pelé). E Angèle, che chiude con una canzone del 2018 che non vi lascerà in pace per giorni.

Copertina Edizione #38

La Riflessione della Settimana

La macchina che ti aiuta a ricordare

La mente umana opera per associazioni. Con un elemento nella sua presa, scatta istantaneamente al successivo suggerito dal filo del pensiero, seguendo una rete intricata di percorsi tracciati dalle cellule del cervello.

Queste parole non vengono da un paper di neuroscienze. Le ha scritte Vannevar Bush nel 1945, in un articolo per The Atlantic intitolato “As We May Think”. Bush era l’ingegnere e scienziato che aveva coordinato la ricerca americana durante la Seconda Guerra Mondiale (Progetto Manhattan incluso, il che è una responsabilità non da poco), e in quell’articolo immaginava uno strumento personale che chiamò memex: una macchina meccanica in cui una persona poteva conservare libri, articoli, note, creando collegamenti tra le informazioni e recuperandole in frazioni di secondo. Lo definì “un’estensione intima della propria memoria”. Era il 1945, trent’anni prima che i computer personali diventassero anche solo un’idea credibile.

Nel mezzo, tra il memex di Bush e l’iPad che avete in mano, c’era Niklas Luhmann. Un sociologo tedesco che tra gli anni Cinquanta e Novanta ha prodotto 70 libri e 400 articoli accademici su argomenti che spaziavano dalla teoria dei sistemi alla sociologia del rischio. Quando gli chiedevano come fosse possibile, la risposta era disarmante: “Non lo faccio da solo. Lavoro con il mio Zettelkasten.” Il suo sistema era fisico: 90.000 cartoncini numerati in scatole di legno, ognuno collegato ad altri per tema e concetto, una rete sinaptica di carta e inchiostro che cresceva in modo organico per decenni. Non lo considerava un archivio. Lo considerava un interlocutore o, meglio, un secondo cervello.

La scienza cognitiva ha formalizzato l’intuizione nel 1998, quando Andy Clark e David Chalmers hanno pubblicato “The Extended Mind”. La tesi: il confine tra mente e ambiente è meno netto di quanto pensiamo. Le note che scriviamo, le liste, i sistemi di riferimento che costruiamo, sono componenti funzionali del nostro sistema cognitivo. Non strumenti esterni: estensioni genuine di come pensiamo.

Oggi quei 90.000 cartoncini si chiamano note in markdown, stanno in Obsidian, e io uso Claude Code per interrogare l’intero sistema in linguaggio naturale, trovare connessioni tra note scritte mesi fa, automatizzare i flussi ripetitivi. Il principio è identico a quello di Luhmann: alleggerire la RAM cognitiva (quella limitatissima, che si esaurisce verso sera e preferisce ricordarsi i testi di canzoni degli anni Novanta rimuovendo le cose importanti) e costruire una struttura esterna che non solo conserva informazioni, ma le connette e genera nuove. Il salto qualitativo degli ultimi anni non è il metodo in sé, che ha radici profonde e rispettabilissime. È che ora puoi parlarci.

Ho dedicato un blog intero a questo sistema, con tutti i dettagli tecnici. Si chiama “Il mio Second Brain” ed è su Substack. Questa settimana è uscito il secondo post. Lo trovate nella sezione & Un’altra cosa qui sotto, se vi incuriosisce.


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

Esiste l’equivalente della Banca dei Semi di Svalbard, ma per i microbi. Si chiama Microbiota Vault ed è un’iniziativa no-profit che sta costruendo una riserva strategica della diversità microbica globale, perché l’abuso di antibiotici e le pratiche agricole intensive stanno erodendo il microbioma umano e ambientale più velocemente di quanto riusciamo a misurare. Il progetto collabora con collezioni locali in tutto il mondo con un principio che mi sembra raro nel dibattito scientifico internazionale: le istituzioni locali mantengono il controllo totale sui propri campioni. Nel maggio 2025 è stato presentato alla Triennale di Milano, a giugno ha pubblicato su Nature Communications, a ottobre ha visto il lancio del Gruppo di Specialisti in Conservazione Microbica dell’IUCN. La premessa che guida tutto: i microbi che perdono i bambini cresciuti con antibiotici precoci, parto cesareo, ambienti ultra-sterili, non tornano. Sono persi per sempre. È il tipo di frase che fa effetto solo quando si smette di scorrerla velocemente e ci si ferma davvero a pensarci.

Vedi: Microbiota Vault

Il video che vale la pena

Tokenmaxxing: il nuovo sport aziendale che consiste nel consumare il maggior numero possibile di token AI come misura di produttività. Nelle aziende tech più aggressive, ingegneri e knowledge worker vengono valutati in base al volume di token bruciati, non ai risultati ottenuti. Dashboard interne con classifiche, medaglie, budget token come parte della retribuzione. Un ingegnere di OpenAI ha riportato 210 miliardi di token in una singola settimana (circa 33 letture complete di Wikipedia in inglese, nel caso vi servisse un parametro di riferimento concreto). AT&T ha raggiunto 8 miliardi di token al giorno prima di rendersi conto che poteva tagliare i costi del 90% ottimizzando per risultati reali invece che per volume. La metrica corretta, sostengono gli esperti, non è il costo per milione di token ma il costo per task completato con successo, che include ragionamento nascosto, retry e supervisione umana. La distorsione degli incentivi in versione silicio.

Approfondisci: Is The Cult Of ‘Tokenmaxxing’ Just Another Fad Or The New Normal?

La lettura intelligente

Michael Jeffrey Asia, ex lavoratore del settore, ha chiamato quello che fa davvero girare l’AI “Intelligenza Africana”: migliaia di lavoratori in Kenya (e nelle Filippine, e in Bangladesh) che a 1,50-2 dollari l’ora guardano contenuti che nessun essere umano dovrebbe guardare, etichettano immagini, addestrano algoritmi per auto autonome, moderano piattaforme social. Senza di loro il software non impara. Le aziende pagano 12,50 dollari l’ora alle società di outsourcing, che ne versano 2 al lavoratore, spesso con contratti rescindibili il giorno prima della busta paga senza spiegazioni. Mercy, moderatrice di Meta a Nairobi, durante un turno di 10 ore si è trovata a dover classificare il video dell’incidente in cui era morto suo nonno. Le è stato chiesto di continuare il turno per raggiungere la quota giornaliera. Circa 200 lavoratori hanno intentato causa contro Sama e Meta. CBS News ha dedicato un pezzo che vi consiglio di leggere.

Leggi anche: Kenyan workers with AI jobs thought they had tickets to the future until the grim reality set in


Intrattenimento (mica) banale

Il pallone che ha venduto più di tutti

Il 3 agosto 1962, un operaio della Mondo S.p.a. di Gallo d’Alba (provincia di Cuneo, azienda fondata quattordici anni prima da Edmondo Stroppiana con i figli Ferruccio ed Elio) aveva un’idea semplice: fare un pallone economico ispirato a quelli con cui il Brasile di Pelé aveva appena vinto i Mondiali in Cile. Il nome arrivò da solo: Super Santos, omaggio alla squadra in cui Pelé militava.

Costava 350 lire. Pesava 280 grammi. Era arancione con bande nere. E aveva una caratteristica fisica sottile ma decisiva: la forma e il peso riducevano l’effetto del vento in modo che si potesse calciare in cortile, in spiaggia, in piazza senza perdere metà dei tiri per colpa di una brezza. La fisica applicata al problema specifico del calcio improvvisato, senza fronzoli e senza budget.

Dal 1962 a oggi sono stati venduti circa 15 milioni di esemplari. Nel 2021 è stato certificato come il pallone più venduto al mondo. Non il pallone ufficiale dei Mondiali. Non quello della Champions. Quello da 5 euro che probabilmente avete calciato almeno una volta nella vita.

Ci sono oggetti che attraversano le generazioni non perché vengano continuamente reinventati, ma perché risolvono un problema specifico con precisione e non hanno bisogno di altro. Il Super Santos è uno di questi. La Mondo S.p.a. nel frattempo è cresciuta notevolmente: produce superfici sportive per stadi, Olimpiadi, atletica professionistica. Ma il fiore all’occhiello del catalogo è ancora lui, quell’arancione che un operaio ha progettato in un pomeriggio del 1962 ispirandosi al campione più famoso al mondo.

Leggi: Come si produce il Super Santos


La Colonna Sonora

Angèle - Jalousie

Nel 2018 Angèle Van Laeken aveva ventidue anni e aveva appena pubblicato Brol su un’etichetta che aveva fondato da sola. L’album è andato numero uno in Belgio e in Francia, ha venduto un milione di copie solo in Francia, ha accumulato due miliardi di stream globali. Il singolo Tout oublier (scritto con suo fratello Roméo Elvis) ha trascorso 9 settimane in testa alle classifiche belghe, battendo il record che apparteneva a Stromae, che Angèle ha dichiarato essere la sua principale influenza come cantautrice.

Jalousie è il brano che ho scelto questa settimana perché funziona in modo quasi meccanico: entra, si sistema in testa e non se ne va. Il testo è diretto, senza metafore pesanti, nel solco dello stile che Angèle ha imparato da Stromae (frasi semplici e forti, niente abbellimenti inutili). L’album mescola elettronica, R&B e pop senza appartenere del tutto a nessuno dei tre generi. Il tipo di canzone che si scopre sabato mattina e che si ritrova a canticchiare mercoledì sera, mentre si fa qualcosa di completamente diverso.

Link: Jalousie su YouTube


& Un’altra Cosa

Da qualche settimana è online “Il mio Second Brain”, un blog su Substack in cui racconto come gestisco il mio sistema di note con Obsidian e Claude Code. Non è una newsletter di produttività in senso generico, non è un tutorial per principianti: è un diario tecnico in cui descrivo cosa ho costruito, perché l’ho costruito in quel modo, e cosa ho imparato nel processo. Nessun contenuto privato: solo struttura, automazioni, workflow, errori e correzioni.

Questa settimana è uscito il secondo post (dopo quello d’esordio che spiegava il perché dell’intero sistema). Il formato è breve: 600-1000 parole per post, un passo alla volta. L’idea di fondo è che costruire un sistema del genere è diventato accessibile a chiunque abbia voglia di mettercisi: non richiede una formazione tecnica specifica, e l’AI ha abbassato la soglia d’ingresso in modo considerevole rispetto a soli due anni fa, quando dovevi davvero volerlo e investire tanto tempo. Adesso non avete scuse!

Ho costruito questo sistema nell’arco di circa quattro anni, con molti tentativi e qualche percorso chiaramente sbagliato. La parte più interessante, alla fine, non è la tecnologia. È capire cosa vale davvero la pena conservare e cosa no. Forse è una lettura utile. L’unico modo per scoprirlo è leggerlo.

Vedi: Il mio Second Brain


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! Se riuscite a uscire, uscite. Se c’è qualcuno con cui non vi vedete da troppo tempo, questa è una buona occasione. Se trovate un Super Santos in qualche armadio, portatelo fuori.

Per chi invece rimane nel feed: se qualcosa di questa raccolta vi ha incuriosito, condividetela con qualcuno che potrebbe apprezzarla. Se volete ricevere queste piccole collezioni ogni sabato, potete iscrivervi senza impegni (non spammo, promessa che rinnovo da trentotto edizioni). Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


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