Edizione #37
Protesi che diventano gioielli, lo streaming musicale che affoga nei propri margini, Luciano Floridi che spiega perché la democrazia ha bisogno di un upgrade (non di una patch), un podcast che prof...
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #37
Sabato 18 Aprile 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Aprile inizia a fare sul serio. Ho cambiato le gomme (salvo così le invernali da una morte strisciante sull’asfalto quasi incandescente) e per la prima volta da mesi ho aperto la finestra sentendo una brezza piacevole. C’è però una piccola, traditoria conseguenza: le prime temperature veramente miti rimettono in discussione quel patto scellerato siglato con il divano durante l’inverno. Le patatine della sera, quelle fedeli compagne di stagione, si sono rivelate termodinamicamente incompatibili con la misura delle t-shirt comprate l’anno scorso. La fisica, come al solito, è implacabile.
Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In Questo Numero
Protesi che diventano gioielli, lo streaming musicale che affoga nei propri margini, Luciano Floridi che spiega perché la democrazia ha bisogno di un upgrade (non di una patch), un podcast che profuma di terminali UNIX, e un uomo che dal 2005 trasmette la crescita del suo prato in diretta mondiale. La colonna sonora è puro Jazz. Andiamo.
La Riflessione della Settimana
Il corpo che si estende: quando la protesi smette di nascondersi
C’è un alluce in legno e cuoio egizio del 1000 a.C. conservato al museo del Cairo che mi affascina ogni volta che ci ripenso. È la prima protesi funzionale conosciuta della storia: non decorativa, non simbolica, ma costruita per permettere a una donna di camminare. Tre millenni fa, qualcuno aveva capito che il corpo umano poteva essere riparato, esteso, completato con materiali artificiali senza perdere la sua integrità.
Da quel momento, la storia delle protesi è stata fondamentalmente una storia di mimetismo: l’obiettivo era imitare l’arto naturale nel modo più convincente possibile, nascondere il confine tra biologico e artificiale. Per secoli il successo di una protesi si misurava nella sua capacità di passare inosservata.
Poi, nel 1976, Van Phillips perse metà della gamba in un incidente con uno sci d’acqua. Era ingegnere e sciatore, e mentre si adattava a una protesi tradizionale (descritta da lui stesso come “un piede rosa su un tubo di alluminio”) fu colpito da un pensiero elementare: perché un arto artificiale dovrebbe imitare l’aspetto di quello biologico se può fare qualcosa di completamente diverso? Studiò la meccanica della zampa del ghepardo, prese in prestito compositi in fibra di carbonio dall’industria aerospaziale e inventò il Flex-Foot, la lama da corsa che oggi tutti riconoscono dalle paralimpiadi. Non assomigliava per niente a un piede umano. Funzionava addirittura meglio.
Questo salto concettuale ha aperto una porta che non si è più richiusa. La ricerca neuroscientifica ha aggiunto un tassello inaspettato: studi dell’Università di Cambridge condotti da Tamar Makin indicano che il cervello non classifica le protesi come “arti biologici” né come “oggetti estranei”. Le cataloga in una categoria propria, una terza via che non ha precedenti evolutivi. E questa classificazione avviene indipendentemente dal realismo estetico della protesi: un arto meccanico in titanio spazzolato e una mano iperrealistica in silicone vengono processati in modo simile. Il cervello, insomma, non sta cercando di essere ingannato. Sa già.
Questa scoperta ha liberato designer e ingegneri da un vincolo che non era mai stato biologico, solo culturale. Progetti come The Alternative Limb Project di Sophie de Oliveira Barata costruiscono protesi a forma di liana, tentacoli marini o serpenti, controllate via Bluetooth: non strumenti da nascondere, ma oggetti da esibire. La protesi come gioiello, come firma, come dichiarazione di identità.
Emerge qualcosa di profondamente contemporaneo in questo passaggio. Negli ultimi anni abbiamo accettato senza grande resistenza l’idea che gli smartphone siano protesi cognitive: estensioni della memoria, dell’attenzione, della capacità di navigazione spaziale. L’edizione #4 di questa newsletter aveva esplorato la dipendenza dallo smartphone; l’edizione #17 aveva parlato di simbiosi tra umano e intelligenza artificiale. Il filo è lo stesso: il confine tra corpo e strumento si è fatto poroso, e abbiamo smesso di fingere che non lo fosse.
Kiera Roche, attivista nel campo della disabilità, ha detto qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa:
Avere una protesi davvero bella, realizzata per te, ti fa sentire speciale.
Non normale. Speciale.
Rimane però una domanda che merita di essere posta: quando le protesi smettono di compensare una perdita e iniziano ad aggiungere capacità che i normodotati non hanno, chi decide chi può accedervi? Le lame da corsa che Össur testa con 2 milioni di cicli di pressione a 300 kg (l’equivalente energetico di una maratona a settimana per un anno) non sono coperte da molte assicurazioni sanitarie per chi semplicemente vuole correre.
Il corpo esteso è ancora, per ora, un lusso con listino prezzi.
Per approfondire:
Scoperte & Curiosità
La lettura intelligente
Lo streaming musicale non guadagna. Anzi: per ogni dollaro incassato da Spotify, circa il 70% viene versato ai detentori dei diritti, e il restante 30% deve coprire costi infrastrutturali, dipendenti e investimenti. Il risultato è che Spotify, dopo quasi vent’anni, opera con margini che in qualsiasi altro settore sarebbero considerati sintomi di un sistema nervoso autonomo in corto circuito. Jimmy Iovine, co-fondatore di Interscope Records e Beats by Dre, ha dichiarato senza diplomazia che i DSP (Digital Service Providers) sono “a pochi minuti dall’essere obsoleti”.
La tesi è storicamente articolata. Fino agli anni ‘90, le major discografiche controllavano non solo i diritti ma anche l’hardware: RCA produceva i giradischi per i suoi 45 giri, Philips aveva inventato la musicassetta per distribuire la PolyGram, Sony aveva co-sviluppato il CD per vendere Walkman. Oggi questo controllo verticale è scomparso. Apple e Amazon usano la musica come loss-leader per vendere iPhone e abbonamenti Prime, quindi non devono guadagnarci. Spotify, entità standalone, non ha questa rete di sicurezza.
Per gli artisti indipendenti la situazione è ancora più bizzarra: il sistema di pagamento “pro-rata” fa sì che i vostri 11,99 euro mensili non vadano agli artisti che ascoltate, ma vengano distribuiti in proporzione agli ascolti globali totali. Risultato pratico: se questa settimana avete ascoltato solo band indie albanesi, una fetta dei vostri soldi finirà comunque a Taylor Swift.
La solidarietà involontaria dei consumatori inconsapevoli.
Il futuro indicato da chi osserva l’industria somiglia più a Bandcamp che a Spotify: proprietà diretta dei dati dei fan, pagamenti user-centric, 1.000 fan devoti che sostituiscono il milione di ascoltatori casuali.
Meno algoritmo, più relazione.
Per leggere l’analisi completa: The Death of Spotify
Il video che vale la pena
Luciano Floridi torna in questa newsletter (era già apparso nell’edizione #23, quando aveva aiutato a distinguere tra intelligenza e azione), questa volta per parlare di democrazia. La tesi è che la democrazia liberale parlamentare stia attraversando una crisi non di valori ma di architettura: ha bisogno di un upgrade strutturale, non di una patch di emergenza.
Il punto più sottile del ragionamento riguarda John Stuart Mill. Mill presentò la democrazia rappresentativa come un Piano B, una soluzione di ripiego per società troppo grandi per permettere la democrazia diretta ateniese. Con il digitale, il Piano A sarebbe tecnicamente possibile: votare su tutto tramite app, governare per referendum permanente. Floridi sostiene che questo sarebbe un disastro, e che la democrazia rappresentativa è in realtà il Piano A: il miglior design possibile perché separa la sovranità (chi possiede il potere: il popolo) dalla governance (chi lo esercita: i rappresentanti), proteggendo le minoranze da quello che Tocqueville chiamava “tirannia della maggioranza”.
La distinzione che Floridi introduce tra coordinamento, collaborazione e cooperazione vale da sola la visione del video.
Per guardare: Floridi sulla crisi della democrazia
Intrattenimento (Mica) Banale
Il podcast che accompagna
Edoardo Dusi ha un podcast che si chiama Buongiorno da Edo, e se avete nostalgia dei tempi in cui si parlava di tecnologia senza dover spiegare perché l’AI non risolverà tutti i problemi dell’umanità entro giovedì, questo è il vostro posto. Gli episodi coprono tutto: la storia di Telnet (il protocollo che precedette SSH e che era, sostanzialmente, sicuro come una cartolina postale aperta), le vulnerabilità scoperte nel kernel Linux, la crisi delle memorie RAM causata dall’esplosione dell’AI e l’architettura delle virtual machine BEAM di Erlang.
Non è divulgazione per principianti, ma nemmeno accademia. È qualcuno che ragiona ad alta voce su cose che trova interessanti, con la precisione tecnica di chi il codice lo scrive dal mattino a sera. Consigliato in modo particolare agli sviluppatori che vogliono ricordare che esisteva un mondo prima dei framework JavaScript da reinstallare ogni sei mesi.
Per ascoltare: Buongiorno da Edo
La Colonna Sonora
Questa settimana jazz. Jazz vero, suonato da Mauro Negri e tre musicisti che sembrano essersi messi d’accordo per suonare come se nessuno li stesse ascoltando (nel senso migliore possibile).
“All Right Session” è un album hard bop uscito a dicembre 2025 con una formazione classica: clarinetto e sax tenore per Negri, pianoforte, contrabbasso e batteria. Sette brani originali, durate tra i quattro e i sette minuti, spazio per improvvisare senza perdere il filo. Il punto di riferimento dichiarato è Art Blakey & The Jazz Messengers, e non è un bluff.
C’è qualcosa di appropriato nell’associare questa colonna sonora alla riflessione di questa settimana: anche il jazz è una protesi del silenzio, un modo di riempire uno spazio con qualcosa che non è naturale ma che diventa indistinguibile dalla necessità. Esiste anche in vinile da 12 pollici in prima stampa, per chi ha ancora il giradischi e una scusa per usarlo.
Per ascoltare: All Right Session su Bandcamp
& Un’Altra Cosa
Avete presente quella sensazione che si prova quando avete un’idea e sentite il dovere di doverla condividere con il mondo? Magari non è un pensiero così comune, ma mi piace pensare che dietro questo progetto ci sia stata una scintilla simile.
Nel 2005, un “papà suburbano pazzo” (così lo descrive la sua stessa pagina) ha avuto un’idea: puntare una webcam sul prato di casa sua e trasmetterla in diretta su internet, aggiornata ogni secondo, 24 ore su 24. Watching Grass Grow esiste da allora, ininterrottamente, per ventun anni.
Non è una performance artistica dichiarata. Non è ironia. È un uomo che ha trovato qualcosa di affascinante nell’idea di documentare una cosa assolutamente ordinaria e l’ha fatto con rigore ingegneristico: server GigaBit per reggere il traffico (perché sì, la gente guarda), ottimizzazione per monitor 4K, archivio blog dal 2006 al 2025, video riepilogativi annuali e un timelapse di 12 anni di tagli del prato. La qualità del codice HTML è regolarmente validata. L’erba non aspetta.
La torre di controllo di un airshow britannico ha usato il feed come strumento di “monitoraggio”. Il creatore ha tenuto presentazioni pubbliche sulla sua attività di osservazione dell’erba davanti a quasi mille persone. La rivista di bordo di Southwest Airlines gli ha dedicato nove pagine.
Che altro aggiungere…
Correte a guardare (lentamente): Watching Grass Grow
Prima di Salutarci…
E anche questa settimana è fatta! L’erba cresce, lo streaming agonizza, le protesi diventano gioielli e la democrazia aspetta ancora il suo upgrade. Trentasette edizioni, e ogni volta mi stupisce quante cose interessanti riescono a coesistere nello stesso sabato mattina.
Se qualcosa vi ha incuriosito, inoltratelo a qualcuno: la newsletter vive di passaparola.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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