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Edizione #36

Un economista greco che dichiara morto il capitalismo e nessuno gli crede (tranne le piattaforme che gli danno ragione ogni giorno), un osservatorio cileno che in quarantacinque giorni ha scoperto ...

Edizione #36

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #36

Sabato 11 Aprile 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Questa settimana tutti parlano di intelligenza artificiale. Tutti. Il vicino di casa, il barista, il tassista, il collega che fino a tre mesi fa confondeva ChatGPT con un modello di stampante. La saturazione informativa ha raggiunto livelli che ricordano la pressione osmotica di una soluzione ipersatura: prima o poi qualcosa precipita, e di solito precipita la pazienza di chi aveva capito la faccenda molto prima che diventasse argomento da aperitivo. Ma c’è una notizia buona: tra tutto il rumore, questa settimana ho trovato cose che meritano davvero attenzione. E non riguardano solo l’AI.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Un economista greco che dichiara morto il capitalismo e nessuno gli crede (tranne le piattaforme che gli danno ragione ogni giorno), un osservatorio cileno che in quarantacinque giorni ha scoperto più asteroidi di quanti ne abbiamo catalogati in decenni, un paper che suggerisce che le macchine stiano imparando a fare scienza da sole, e il lato oscuro della filantropia di chi ha abbastanza soldi per comprare un continente. Nel mezzo, una riflessione su perché il Medioevo non è mai finito davvero (si è solo spostato nel cloud), e un sito che vi dirà quanti presidenti americani sono nati prima di voi.

Copertina Edizione #36

La Riflessione della Settimana

Quando il Medioevo si trasferisce nel cloud (e noi paghiamo l’affitto senza saperlo)

Nel 1086, Guglielmo il Conquistatore commissionò il Domesday Book: un censimento completo di ogni proprietà, ogni animale, ogni persona presente in Inghilterra. L’obiettivo era semplice e brutale: sapere esattamente chi possedeva cosa, per tassarlo con precisione chirurgica. Ci vollero centinaia di commissari, mesi di lavoro, e il risultato fu un registro in due volumi che ancora oggi è conservato al National Archives di Londra.

Nel 2026, Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform controllano il 66% dell’infrastruttura cloud globale. Non hanno bisogno di commissari: sanno già tutto.

L’economista Yanis Varoufakis ha un nome per questo: tecnofeudalesimo. La tesi, esposta nel suo libro del 2023 è diventata neologismo ufficiale nel vocabolario Treccani nel 2025, è che il capitalismo non sia stato superato da qualcosa di più moderno, ma da qualcosa di più antico. Le grandi piattaforme digitali non competono in un mercato: lo possiedono. Non generano profitti nel senso classico del termine: estraggono rendite. Come i signori feudali che riscuotevano l’affitto dai contadini che lavoravano la loro terra, i signori del cloud riscuotono la loro quota da chiunque operi nel loro territorio digitale.

La differenza è che il contadino medievale sapeva di pagare un affitto. Noi lo facciamo con i dati, con l’attenzione, con il tempo, e nella maggior parte dei casi non ce ne accorgiamo nemmeno.

Qualche edizione fa parlavamo di chi controlla le infrastrutture tecnologiche del futuro (nella #34, con il sistema operativo quantistico cinese) e di cosa succede ai nostri dati quando non ci siamo più (nella #35, con l’eredità digitale). Il tecnofeudalesimo è il filo che collega entrambe le questioni: non si tratta solo di chi possiede i server, ma di chi possiede le regole del gioco. Amazon non vende prodotti: gestisce il mercato in cui tutti gli altri vendono, e per farlo chiede una percentuale. Google non fornisce informazioni: controlla il canale attraverso cui le informazioni raggiungono le persone, e per questo vende la vostra attenzione agli inserzionisti. Meta non connette le persone: possiede lo spazio sociale in cui le persone si connettono, e monetizza ogni interazione.

Come scrive Cédric Durand, economista francese che ha approfondito il modello:

Mentre il capitale tradizionale investe per ridurre i costi o per soddisfare nuovi bisogni, il capitale tecnologico-feudale investe per assumere il controllo di campi di attività sociale in modo da creare rapporti di dipendenza che può poi monetizzare.

Il parallelo storico va preso sul serio. Il fenomeno delle enclosures inglesi (dal XV al XIX secolo) trasformarono le terre comuni in proprietà privata, costringendo i contadini a lavorare per i proprietari terrieri o a emigrare verso le città industriali. Le piattaforme digitali hanno fatto qualcosa di analogo con lo spazio pubblico digitale: quello che una volta era un territorio aperto (il web degli anni ‘90, i forum, le mailing list) è diventato proprietà recintata. Volete vendere online? Passate da Amazon. Volete essere trovati? Passate da Google. Volete esistere socialmente? Passate da Meta.

E qui sta il paradosso più sottile: la partecipazione è tecnicamente volontaria. Nessuno vi obbliga ad avere un account Instagram. Ma provate a non averlo, e misurate quanto del tessuto sociale vi diventa inaccessibile. Il servo della gleba medievale era legato alla terra per legge; il servo digitale è legato alla piattaforma per convenienza, che è una catena molto più difficile da spezzare perché non la si vede.

Il capitalismo è già finito e non lo sappiamo nemmeno. Yanis Varoufakis

La domanda che rimane aperta non è se Varoufakis abbia ragione o torto (i critici marxisti sostengono che sia solo capitalismo evoluto, non un sistema nuovo). La domanda è cosa facciamo con questa consapevolezza. Se il 66% dell’infrastruttura digitale mondiale è nelle mani di tre aziende, e se la nostra vita passa sempre più attraverso quella infrastruttura, a che punto la comodità del servizio smette di compensare il costo della dipendenza?

Link di approfondimento


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì

L’osservatorio Vera C. Rubin non ha ancora iniziato ufficialmente le operazioni scientifiche, e ha già scoperto 11.097 asteroidi nuovi in quarantacinque giorni di test.

Per mettere il numero in prospettiva: il Minor Planet Center, che cataloga gli asteroidi dal 1947, ha impiegato decenni per costruire un database di circa un milione di oggetti. Il Rubin, con la fotocamera astronomica più potente mai costruita (3.2 gigapixel, per chi tiene il conto), ha elaborato circa un milione di osservazioni singole in un mese e mezzo di calibrazione. Tra le scoperte: 33 nuovi oggetti near-Earth (nessuno pericoloso, per ora), oltre 80.000 asteroidi già noti ma con orbite corrette e raffinate, e circa 380 corpi ghiacciati oltre l’orbita di Nettuno. Due di questi, con nomi provvisori che sembrano codici fiscali (2025 LS2 e 2025 MX348), hanno orbite talmente allungate da raggiungere distanze pari a 1.000 volte quella tra la Terra e il Sole.

La cosa che colpisce di più non è il volume delle scoperte, ma la sproporzione: in trent’anni avevamo catalogato circa 5.000 oggetti trans-nettuniani. In quarantacinque giorni di test il Rubin ne ha trovati 380. Quando partirà la survey decennale completa (la Legacy Survey of Space and Time), le proiezioni dicono che triplicheremo il numero totale di asteroidi conosciuti. Stiamo parlando di un telescopio che guarda il cielo con la stessa attenzione ossessiva con cui il vostro algoritmo dei social guarda i vostri comportamenti (solo che questo, almeno, cerca minacce reali).

Link: Scoperti oltre 11.000 nuovi asteroidi nei dati preliminari del Vera C. Rubin Observatory


Il video che vale la pena

La guerra silenziosa per la vostra attenzione (e tre film per riconquistarla).

C’è un’analisi che circola in rete sulla crisi della soglia dell’attenzione, e parte da un punto inaspettato: le critiche all’adattamento live-action di One Piece. L’argomento non è il solito “TikTok ci sta rimbecillendo” (che sarebbe riduttivo), ma qualcosa di più strutturale: viviamo in un sistema di interruzioni costanti dove essere irreperibili per due ore (la durata di un film) è diventato socialmente inaccettabile.

Il dato più inquietante: se la prima stagione di Game of Thrones uscisse oggi, con i suoi ritmi lenti, i suoi dialoghi densi e i suoi budget inizialmente limitati, probabilmente fallirebbe. Non perché sia invecchiata, ma perché il pubblico è cambiato. L’autore propone una “controtendenza culturale” attraverso tre film che funzionano come test diagnostici per la vostra capacità di attenzione: - Light Shop (serie coreana dal ritmo ipnotico); - Mr. Vendetta (inquadrature fisse per minuti interi: se vi viene nervoso, avete la risposta); - A Scanner Darkly (che “balla intorno al punto” per tutta la durata e arriva alla conclusione solo negli ultimi minuti).

È una riflessione che si collega alla nostra discussione sul tecnofeudalesimo: le piattaforme che frammentano la nostra attenzione sono le stesse che poi vendono i frammenti rimasti al miglior offerente.

Qui il video di Synergo: ONE PIECE e la SOGLIA dell’ATTENZIONE - Un problema di TUTTI


La lettura intelligente

Le macchine stanno imparando a fare scienza. No, sul serio.

AI Scientist-v2 è un sistema pubblicato su arXiv nel 2026 (probabilmente dal team Sakana AI) che fa qualcosa di concettualmente vertiginoso: formula ipotesi scientifiche, progetta esperimenti, li esegue, analizza i risultati e scrive paper a livello di qualità workshop. Tutto senza intervento umano. La novità rispetto alla versione precedente è l’uso di un “agentic tree search” (una ricerca ad albero in cui il sistema esplora ramificazioni multiple delle ipotesi e seleziona i percorsi più promettenti, come un giocatore di scacchi che valuta più mosse in anticipo).

Il salto concettuale è enorme: non stiamo più parlando di AI come strumento della ricerca, ma di AI come soggetto della ricerca. Le implicazioni toccano tutto, dall’autorialità scientifica alla validazione peer-review. Se una macchina scrive un paper accettabile, chi è l’autore? Chi si assume la responsabilità degli errori? E se il sistema produce scoperte a velocità industriale, come distinguiamo il segnale dal rumore?

Nella #8 parlavamo di manovratori d’ascensori sostituiti dall’automazione nel 1924. Cento anni dopo, la sostituzione non riguarda più i muscoli ma il pensiero. La scala è cambiata, la domanda è la stessa: cosa resta di umano nel processo?

Link: arXiv - AI Scientist v2


Intrattenimento (Mica) Banale

Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)

Bill Gates: l’uomo più complicato del mondo.

C’è un’analisi approfondita che circola sulla figura di Bill Gates, e la cosa più interessante non è quello che rivela (che è già abbastanza), ma il modo in cui smonta la dicotomia bene/male in cui tendiamo a infilare chiunque. Gates è contemporaneamente: il filantropo che ha quasi eradicato la polio, e l’uomo che si è opposto alla condivisione dei brevetti vaccinali durante la pandemia. Il donatore che ha dato miliardi alla sanità globale, e l’investitore il cui trust di famiglia possiede quote in Shell, Exxon e Coca-Cola. L’autoproclamato difensore dell’ambiente, e il più grande proprietario terriero degli Stati Uniti con oltre 100.000 ettari.

Il numero che fa riflettere più di tutti: la Fondazione Gates ha erogato circa 250 milioni di dollari a testate giornalistiche (BBC, New York Times, Financial Times, Al Jazeera, CNN) negli ultimi vent’anni. Una delle testate finanziate, Africa Check, ha prodotto 27 articoli di fact-checking specificamente per difendere la posizione di Gates. Non è complottismo: è il capitalismo filantropico nella sua forma più raffinata, dove la narrativa è un asset strategico come qualsiasi altro.

In un’edizione dedicata al tecnofeudalesimo, Gates è il caso di studio perfetto: troppo ricco per essere solo un cittadino, troppo influente per essere solo un imprenditore, troppo coinvolto per essere solo un filantropo.

Link al video: Bill Gates: genio filantropo o malvagio miliardario?


La Colonna Sonora

Avicii - Stories Megamix

Tim Bergling aveva ventotto anni quando è morto, nel 2018. Ne aveva ventisei quando ha pubblicato Stories, l’album da cui questo megamix è tratto. Un disco che, riascoltato oggi, suona come il diario di qualcuno che sapeva di avere poco tempo e voleva mettere dentro tutto: folk, elettronica, country, voci soul, melodie che restano in testa per giorni.

La cosa che colpisce di Avicii non è la produzione (che è impeccabile) ma la capacità di scrivere musica elettronica che suona genuina. In un genere che tende all’anonimato e alla serialità (ecco il tecnofeudalesimo anche nella musica: piattaforme che premiano l’omogeneo), lui riusciva a mettere una firma riconoscibile su ogni traccia. Stories è la prova che si può fare musica per le masse senza rinunciare alla propria voce.

Perfetto per un sabato mattina primaverile. Alzate il volume.


& Un’Altra Cosa

Quanto sei vecchio in presidenti americani?

Questa settimana vi consiglio di perdere un po’ di tempo su Bored Button, un sito che fa esattamente quello che promette: vi dà un bottone, lo premete, e finite su un sito casuale che non sapevate di volere nella vostra vita. Il distributore automatico dell’internet inutile, che è la forma più pura di internet che esista.

In particolare sono atterrato su Age Geek, che calcola quanti presidenti americani, monarchi britannici, Papi e altre figure storiche (e non!) sono nati prima e dopo di voi. Scoprire che il 54% dei presidenti americani è nato prima della vostra data di nascita è un’informazione completamente inutile che tuttavia vi cambierà la percezione della giornata per almeno quindici minuti.

Perfetto per una pausa caffè diversa dal solito.


Prima di Salutarci…

E anche questa settimana è fatta! Trentasei edizioni, che in termini feudali sarebbero circa un raccolto e mezzo di grano (sempre che il signore del cloud non decida di aumentare l’affitto nel frattempo).

Se qualcosa vi ha fatto venire voglia di controllare quanti asteroidi sono stati scoperti mentre leggevate, considerate di condividere questa newsletter con qualcuno che potrebbe apprezzarla. Il passaparola è l’unico algoritmo di distribuzione che abbiamo, e funziona meglio di qualsiasi piattaforma feudale.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.

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