Post

Edizione #51

Tre generazioni della stessa famiglia e tre modi diversi di avere paura di un diario, più un'Odissea di Christopher Nolan che tradisce Omero per abbracciare Oppenheimer.

Edizione #51

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #51

Sabato 25 Luglio 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.

Domani, il 26, questo progetto compie un anno esatto dal numero zero: la prima uscita, quella in cui stavo ancora capendo che forma dare a tutto questo. Rileggerla oggi fa uno strano effetto, lo stesso di ritrovare una vecchia pagina di diario scritta da un cugino alla lontana: stesso sangue, tono decisamente più incerto. Sono il primo a stupirmi della costanza con cui questo appuntamento del sabato è arrivato fin qui, sabato dopo sabato, senza che nessuno (me compreso) lo desse per scontato.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.


In Questo Numero

Questa settimana: tre generazioni della stessa famiglia e tre modi diversi di avere paura di un diario (o di smettere di averne), un’Odissea di Christopher Nolan che tradisce Omero per abbracciare Oppenheimer, una cover synth-pop francese che ricodifica un pezzo di rap americano controverso senza cambiargli una parola, e un archivio della Biblioteca del Congresso che regala dischi di inizio Novecento a chiunque voglia campionarli.

Copertina Edizione #51

La Riflessione della Settimana

Cosa resta di un diario quando non si può più leggerlo

Documenta il processo di viaggio dalla nascita alla morte, dall’innocenza alla saggezza, dall’ignoranza alla conoscenza, da dove partiamo a dove finiamo. Susan Orlean

C’è un diario, in questa storia, che nessuno ha mai letto finché la sua autrice era in vita. Un secondo fu bruciato di proposito, perché qualcuno non lo trovasse. Il terzo va avanti senza interruzioni dal 1985: quarantadue anni della stessa mano che torna, quasi ogni giorno, sulla stessa pagina bianca che si rinnova.

I tre diari appartengono a tre donne della stessa famiglia: la nonna, la madre e l’autrice del video da cui parte questa riflessione. La nonna scriveva quasi ogni giorno della sua vita, ma il suo quaderno era un sistema chiuso: nessuno lo aprì mai finché lei fu viva, letto dai figli solo dopo la sua morte. La madre, invece, tenne un diario alla fine degli anni Sessanta, in un periodo del matrimonio segnato dalla violenza del marito (che in seguito chiese aiuto e iniziò una terapia). Per paura che quelle pagine venissero trovate e usate contro di lei, le bruciò. Dieci, quindici anni dopo, ricominciò a scrivere, ma con una regola opposta: stavolta il diario andava tenuto apposta leggibile da tutta la famiglia, quaderni economici riempiti di fotografie, film da vedere, ricette provate.

La pratica del diario privato ha radici profonde nella tradizione europea della scrittura personale: i commonplace book del Quattro e Cinquecento raccoglievano ricette, rimedi e poesie tramandati di generazione in generazione; le Bibbie di famiglia, nei secoli successivi, usavano i margini per annotare nascite e lutti. In tutti i casi il diario ha oscillato tra due funzioni opposte, esattamente come in questa famiglia: nascondiglio quando lasciare tracce è pericoloso, e archivio condiviso quando invece si sceglie di lasciarne apposta. Un quaderno, in questo senso, funziona come un disco di backup a bassissima tecnologia: ridondanza contro il fallimento, prima ancora che qualcuno inventasse una parola per descriverlo.

Negli ultimi due anni di vita della madre, con il declino delle capacità cognitive, la lettura stessa è diventata impossibile. I diari, però, ricchi di fotografie più che di solo testo, non hanno smesso di funzionare: madre e figlia li sfogliavano insieme, e l’archivio è rimasto un canale di connessione anche quando le parole avevano smesso di voler dire qualcosa per chi lo leggeva.

È qui che il diario smette di essere un testo e diventa un oggetto: non più qualcosa da decifrare, ma qualcosa da tenere in mano insieme a qualcun altro. Forse è per questo che il diario segreto della nonna e quello condiviso della madre, così diversi nell’intenzione, hanno finito per somigliarsi: entrambi sono sopravvissuti alla lettura stessa, uno aspettando che qualcuno cominciasse a leggerlo, l’altro continuando a significare qualcosa molto dopo che la lettura aveva smesso di essere possibile. Anche questa newsletter, a modo suo, è un diario tenuto un sabato alla volta: a differenza dei tre di questa storia, però, il suo non aspetta la fine di nessuno per essere aperto.

Cosa resta di un diario quando smette di essere leggibile, e perché continua comunque a funzionare come ponte tra due persone?

Link di approfondimento


Intrattenimento (Mica) Banale

Un eroe che Omero non avrebbe riconosciuto

L’Odissea di Christopher Nolan, uscita nelle sale questo mese, non è la trasposizione fedele che il titolo promette, ed è proprio questo il punto più interessante che se ne può dire. Nolan costruisce un Ulisse (Matt Damon) modellato sul viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, caduta e redenzione comprese, mentre l’Ulisse omerico originale era una figura più scomoda: capace di calcolo e crudeltà, non sempre seguiti da un pentimento. Gli effetti pratici sostituiscono quasi ovunque la CGI, e Polifemo viene reso spaventoso con una deformazione del volto da horror cosmico invece che con l’iconografia da fiaba a cui il ciclope ci ha abituati. Penelope, la performance più riuscita del film a detta della critica, porta il volto di Anne Hathaway.

Buona parte del dibattito pre-uscita si è concentrato sul casting piuttosto che sulla sceneggiatura: Elena di Troia interpretata da Lupita Nyong’o ha sollevato polemiche che reggono poco sul piano testuale (l’unico dato fisico che Omero fornisce su Elena è la “bianchezza” della pelle, marcatore di censo più che di etnia). Il personaggio di Sinone, affidato a Elliot Page, merita una precisazione: nell’Odissea omerica non compare affatto, essendo una figura del ciclo epico successivo sviluppata da Virgilio nell’Eneide.

Il nodo vero resta il finale. Per due ore e mezza il film costruisce un parallelismo esplicito con Oppenheimer sul peso della colpa collettiva, salvo restituire a Ulisse lo status di eroe vincente con la stessa disinvoltura di chi chiude la partita un attimo prima del game over. C’è però una lettura alternativa possibile: lo stesso Oppenheimer non redime né punisce esplicitamente il suo protagonista, lo lascia sospeso. Se il paragone tenuto per due ore è con quel film, forse il finale non tradisce la premessa tanto quanto sembra a un primo sguardo.


La Colonna Sonora

What Are You So Afraid Of (VIDEOCLUB)

Il brano originale è di XXXTentacion, rapper americano morto nel 2018 a vent’anni, traccia conclusiva del suo primo album postumo. Il testo è minimo, poche righe ripetute su un tappeto di pianoforte malinconico, tutto concentrato su una domanda diretta: di cosa hai davvero paura, di amare o di sprecare tempo? Nel 2019 il duo synth-pop francese VIDEOCLUB (Adèle Castillon e Matthieu Reynaud) ne ha registrato una cover che cambia praticamente tutto tranne le parole: voce femminile al posto di quella maschile, arrangiamento sintetico anni Ottanta al posto del lo-fi originale, produzione artigianale senza troupe. Stesso file dei sentimenti, ricodificato in un formato completamente diverso: la domanda resta la stessa, ma sembra fatta da un’altra persona, in un’altra lingua emotiva.

Il duo si è sciolto nel 2021, dopo la fine della relazione sentimentale tra i due componenti, ma questa cover è rimasta in scaletta dal vivo per anni. Ha senso: certe canzoni, come certi diari, cambiano di significato a seconda di chi le riprende in mano.


& Un’Altra Cosa

Un jukebox che campiona la Biblioteca del Congresso

Citizen DJ è una piattaforma della Library of Congress che lascia remixare, gratis e senza account, dischi e registrazioni di pubblico dominio pescati dagli archivi storici dell’istituzione: dai dischi jazz e blues dei primi del Novecento del National Jukebox alle interviste musicali della Joe Smith Collection. Il progetto, ideato dall’artista Brian Foo durante una residenza alla Biblioteca, usa algoritmi di riconoscimento del ritmo per isolare automaticamente campioni utilizzabili (un colpo di rullante, un frammento vocale) dentro registrazioni che non erano mai state pensate per essere campionate: un archeologo che scova il battito nascosto in un disco di un secolo fa, solo molto più veloce.

Dietro la scelta dell’hip hop come linguaggio d’accesso c’è un ragionamento preciso: avvicinare all’archivio pubblico chi ha un rapporto forte con la musica campionata ma nessun legame percepito con un’istituzione come la Biblioteca del Congresso. Tutto il materiale è utilizzabile anche commercialmente, con tanto di guida al copyright inclusa. Assurdo che nessuno l’avesse ancora messo a disposizione così? Probabilmente. Divertente aprire il browser e ritrovarsi con un disco del 1905 dentro una drum machine? Assolutamente.


Prima di salutarci…

E anche questa settimana è fatta! Un anno di sabati, se contato tutto insieme, sembra un numero enorme; vissuto uno alla volta, come sta succedendo proprio ora, è stato semplicemente sabato dopo sabato. Se qualcosa in questa raccolta vi ha incuriosito, fatemelo sapere: anche questo, in fondo, è un modo di tenere un diario in due.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione!


PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.


Se sei arrivato fin qui, evidentemente qualcosa ti ha incuriosito. Bene! Puoi iscriverti per ricevere queste piccole collezioni ogni sabato (promesso, non spammo), oppure condividerle con chi secondo te potrebbe apprezzare. O entrambe le cose, che non guasta.

Questo post è sotto licenza CC BY 4.0 a nome dell'autore.