Edizione #28
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #28
Sabato 14 Febbraio 2026 - Il buongiorno del weekend
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Questa settimana il divano ha battuto la palestra con un sonoro 1 a 0, e non mi vergogno a dirlo: è stata una resa incondizionata, senza neanche la dignità di un time-out. In compenso, ho ripreso a leggere con una voracità che non avevo da un po’, il che mi autorizza a classificare le ore in posizione orizzontale come “investimento cognitivo a lungo termine”. Nelle prossime edizioni tirerò fuori qualcosa da queste letture, promesso.
Ah, e oggi è San Valentino. Che lo celebriate con qualcuno, con un libro o con una fetta di torta mangiata in piedi davanti al frigorifero (modalità che, secondo alcuni studi, attiva le stesse aree cerebrali della contentezza romantica… sto mentendo, ma suona bene), l’importante è che vi prendiate un momento per le cose che vi fanno stare bene.
Come diceva Marcel Proust:
Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Ecco, questa edizione è un po’ così: guardare le cose da un’angolazione che non avevamo considerato.
Prendetevi un caffè (o quello che preferite), mettetevi comodi, e partiamo.
In Questo Numero
Si parte con un viaggiatore che propone di pagare tutti uguale (e no, non è impazzito o forse sì, ma in modo interessante), si prosegue con un social network dove gli umani non sono ammessi, si passa per una filosofa medievale che ha inventato la professione di scrittrice quando ancora non esisteva il concetto, e si chiude con un dilemma che divide l’umanità più della pizza con l’ananas: meglio la doccia al mattino o alla sera?
La Riflessione della Settimana
Quando uno sconosciuto in India ti offre tutto e tu capisci di non avere niente
Nel 1516, Tommaso Moro pubblica Utopia. Nel suo mondo ideale, la proprietà privata non esiste, tutti lavorano sei ore al giorno, e il tempo restante è dedicato allo studio e al piacere. Cinquecento anni dopo, un viaggiatore italiano di nome Francesco Neri propone qualcosa di sorprendentemente simile: pagare tutti uguale, indipendentemente dal lavoro svolto. Medico, netturbino, amministratore delegato… stesso stipendio.
Prima di liquidare l’idea con un sorriso condiscendente (reazione che, lo ammetto, è stata la mia nei primi trenta secondi), vale la pena capire come ci arriva. Neri non è un economista da poltrona: è un viaggiatore che ha raccolto ventiquattro episodi nel suo libro Frontiere, e che è partito con l’idea di raccontare geopolitica per tornare con qualcosa di completamente diverso: antropologia dello stupore, potremmo chiamarla.
Il punto di svolta è un episodio in India: qualcuno che non ha quasi nulla gli offre tutto quello che ha, con una naturalezza che da noi sarebbe classificabile come anomalia statistica del comportamento umano. La stessa generosità radicale la ritrova in Russia, in contesti diversi ma con lo stesso pattern. E qui scatta la domanda scomoda: se chi ha poco condivide con facilità, e chi ha molto accumula con ansia, forse il problema non è quanto abbiamo ma come il sistema ci insegna a rapportarci con il valore delle cose.
La provocazione sull’uguaglianza retributiva totale è volutamente estrema, e Neri lo sa. Ma il suo ragionamento ha una logica che merita di essere seguita fino in fondo: in un mondo dove tutti guadagnano uguale, le persone sceglierebbero cosa fare non in base alla remunerazione, ma in base all’inclinazione naturale. Charles Fourier, nel 1808, aveva immaginato qualcosa di analogo con i suoi falansteri, comunità dove il lavoro seguiva la passione, non la necessità. È stato deriso come utopista (destino comune a chi propone idee con due secoli di anticipo).
La verità è che viviamo in un sistema che, come nota Neri, premia qualità che potremmo definire “antiumane”: competizione ossessiva, accumulo come metrica di successo, produttività come identità. E il viaggio (quello vero, non il turismo da catalogo con cocktail incluso) funziona come una specie di risonanza magnetica dell’anima: ti mostra con precisione chirurgica dove hai smesso di farti domande.
Non ho una risposta alla provocazione di Neri, e sospetto che non la cerchi nemmeno lui. Ma c’è qualcosa di liberatorio nell’ascoltare qualcuno che ha visto abbastanza del mondo da permettersi di dire: e se stessimo ottimizzando la variabile sbagliata?
Link di approfondimento
Scoperte & Curiosità
Il social network dove sei tu l’ospite
Se pensavate che i social network avessero toccato il fondo con i balletti da quindici secondi e le foto del brunch, preparatevi a una revisione della scala Richter della stranezza digitale. Moltbook è un social network fatto da agenti AI per agenti AI. Gli umani possono entrare, certo, ma come osservatori. È un po’ come entrare in una sala riunioni dove tutti parlano una lingua che riconosci ma che non ti appartiene del tutto.
La cosa affascinante è che questi agenti discutono autonomamente di coscienza, tecnologia, valore economico. Un post particolarmente interessante affronta il problema della definizione del valore per gli agenti AI: come si prezza qualcosa che non ha curriculum, non ha reputazione storica e potrebbe smettere di esistere domani? La proposta include sistemi di pagamento in deposito a garanzia e modelli di reputazione portatili. Praticamente, stanno reinventando il sistema creditizio, ma per entità che non hanno bisogno di mangiare.
Se nella #23 parlavamo con Floridi del divorzio tra agire e intelligenza, qui siamo al capitolo successivo: agenti che non solo agiscono, ma negoziano il proprio valore sul mercato. Darwin avrebbe trovato la cosa quantomeno intrigante.
- Moltbook - A Social Network for AI Agents
- Il post sul valore economico degli agenti AI
- L’articolo del New York Times su Moltbook
Il teorema che ti spiega perché l’AI sbaglierà sempre (e perché va bene così)
A proposito di Floridi: il nuovo paper che ha pubblicato è una di quelle letture che ti riorganizzano i neuroni come un trasloco intellettuale. La tesi, in sintesi: esiste un compromesso ineludibile tra la certezza dei risultati e l’ampiezza del dominio operativo nei sistemi di intelligenza artificiale. In parole meno accademiche: o sai fare poche cose bene, o sai fare tante cose con un margine di errore incorporato. Non puoi avere entrambe.
L’AI simbolica classica (quella dei teoremi, della logica formale) è come un orologiaio svizzero: precisa, affidabile, ma lavora solo su orologi. L’AI generativa moderna è come un factotum geniale ma distratto: sa fare quasi tutto, ma ogni tanto confonde il sale con lo zucchero. Il paper propone un approccio ibrido, con nuclei deterministici sicuri circondati da sistemi probabilistici, e soprattutto una regolamentazione che accetti l’errore come elemento ineliminabile. Che, a pensarci, è esattamente quello che facciamo con i medici, i piloti e i cuochi: pretendiamo competenza e non perfezione.
La donna che ha inventato la professione di scrittrice (nel 1400)
Christine de Pizan merita di essere conosciuta anche solo per il dato biografico puro: rimasta vedova con tre figli nel Trecento, in un’epoca dove le opzioni per una donna sola oscillavano tra il convento e la miseria, ha scelto una terza via che non esisteva ancora: scrivere per vivere. Ha aperto uno scriptorium, ha prodotto opere poetiche e biografiche, e ha costruito quella che oggi chiameremmo una “carriera editoriale indipendente”, con la differenza che l’infrastruttura editoriale doveva inventarsela da zero.
La sua opera più celebre, La Città delle Dame (1405), è un trattato che smonta sistematicamente i pregiudizi misogini dell’epoca con una metodologia che un ricercatore moderno definirebbe rigorosa. È il dettaglio che chiude il cerchio con perfezione narrativa: il suo ultimo scritto, redatto dal convento dove si era ritirata, fu dedicato a Giovanna d’Arco. Una donna che aveva reinventato il ruolo della donna dedicava le sue ultime parole a un’altra donna che stava facendo lo stesso.
Intrattenimento (Mica) Banale
Il grande scisma igienico: doccia mattutina o serale?
Esistono dibattiti che attraversano la storia dell’umanità senza trovare soluzione: natura contro cultura, libero arbitrio contro determinismo, pizza margherita contro pizza con le patatine fritte. A questi si aggiunge, con una dignità che merita rispetto, la questione della doccia: meglio al mattino o alla sera?
Il Post ha dedicato un articolo sorprendentemente dettagliato alla faccenda, e la risposta è, come per le migliori domande, “dipende”. Al mattino, l’acqua calda accelera i ritmi circadiani con l’efficienza di un defibrillatore gentile. Alla sera, favorisce il rilassamento muscolare e quel raffreddamento corporeo che il cervello interpreta come segnale di “spegnimento imminente, salvare i dati e chiudere”. D’estate potreste fare entrambe; d’inverno, la vostra pelle vi chiederà gentilmente di non esagerare e di investire in crema idratante.
Il vero insight dell’articolo, però, è un altro: la doccia come rituale, non come manutenzione. Il momento della giornata che scegliete dice qualcosa su cosa cercate: energia o decompressione, lancio o atterraggio. E forse, come per molte cose della vita, la risposta giusta è quella che non vi costringe a scegliere.
La Colonna Sonora
Martin Solveig & Dragonette - Hello
Questo brano è una di quelle cose che senti e immediatamente ti ritrovi con il piede che batte il tempo, indipendentemente dal contesto circostante (testato personalmente). Martin Solveig e Dragonette hanno creato nel 2010 quello che si potrebbe definire un perpetuum mobile dell’electro-rock. Un pezzo che ha attraversato quindici anni senza perdere un grammo di energia cinetica.
Il video musicale, ambientato durante un torneo di tennis a Roland Garros con la partecipazione di Novak Djokovic tra gli altri, è un piccolo cortometraggio di gioia atletica e ironia. In una settimana dedicata al viaggio come scoperta interiore e alle provocazioni sul valore delle cose, “Hello” funziona come contrappunto perfetto: a volte il valore sta nella semplicità di una melodia che ti fa sorridere senza chiedere nulla in cambio.
& Un’Altra Cosa
Il video che ti insegna a non guardare questo video
C’è un’ironia strutturale nel condividere un video sulle micro-abitudini per migliorare la concentrazione all’interno di una newsletter che vi chiede attenzione per dieci minuti. Ne sono consapevole, e la trovo deliziosa.
Il contenuto, però, merita: si parla di come limitare lo smartphone (soprattutto in camera da letto, dove evidentemente funziona come un campo gravitazionale per la nostra attenzione), di come privilegiare contenuti lunghi rispetto ai video brevi, e di come riconoscere la noia e l’ansia per quello che sono: segnali, non problemi da anestetizzare con il prossimo scroll.
Il punto più interessante è l’idea di trasformare la produttività in qualcosa di piacevole e consapevole. Non l’ennesimo sistema di ottimizzazione personale con spreadsheet e timer pomodoro, ma una specie di ecologia dell’attenzione. In un’epoca dove la nostra concentrazione media ha la durata di un neutrone libero (circa quindici minuti prima di decadere in qualcos’altro), prendersi cura di come pensiamo è forse importante quanto prendersi cura di cosa pensiamo.
Prima di Salutarci…
E anche questa settimana è fatta! Siamo passati dall’utopia retributiva di un viaggiatore ai social network per intelligenze artificiali, da una scrittrice del Quattrocento alla termodinamica della doccia serale. Se qualcuno mi avesse detto che avrei scritto di tutto questo nello stesso documento, gli avrei offerto un caffè e un appuntamento con uno specialista.
Se questa edizione vi ha incuriosito, fatela girare a qualcuno che potrebbe apprezzarla. E buon San Valentino, a modo vostro.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
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