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Edizione #31

Questa settimana: una scienziata che Princeton non voleva, un pianeta rosso che si difende dai nostri microbi (con qualche buona ragione), settemila pistole trasformate in orchestra, e cosa succede...

Edizione #31

Cose Belle & Altre Storie - Edizione #31

Sabato 7 Marzo 2026 - Il buongiorno del weekend


Buongiorno, esploratori!

Un’altra settimana è volata via, e con sé l’ultimo sabato prima che l’equinozio di primavera (20 marzo, ore 15:46 italiane, per i precisini del cosmo) rimescoli le carte stagionali. Fuori fa ancora freddo, ma c’è qualcosa nell’aria di marzo che ha la stessa sensazione di quando si torna a casa e si trova la luce accesa: qualcuno ci stava aspettando.

Questa settimana mi sono fermato su una storia che riguarda una donna, un telescopio costruito a 14 anni, e il fatto che il 95% dell’universo era lì, invisibile, aspettando che qualcuno abbastanza testarda si mettesse a cercarlo. Il timing non è casuale: domani è l’8 marzo, e questa storia non ha bisogno di commenti a margine.

Prendetevi un caffè (o quello che preferite), sistematevi nella posizione in cui si leggono le cose buone, e iniziamo.


In Questo Numero

Questa settimana: una scienziata che Princeton non voleva, un pianeta rosso che si difende dai nostri microbi (con qualche buona ragione), settemila pistole trasformate in orchestra, e cosa succede quando la tua voce diventa proprietà intellettuale da registrare all’ufficio brevetti. Più un osservatorio che sta fotografando l’intera volta celeste ogni pochi giorni. Piccole cose.

Copertina Edizione #31

La Riflessione della Settimana

La donna che ha scoperto il 95% dell’universo. Princeton non voleva le donne.

Vera Cooper Rubin nacque a Philadelphia nel 1928. Fin da bambina aveva l’ossessione delle stelle: trascorreva le notti a guardare il cielo dalla finestra della sua camera, segnava le traiettorie dei meteoriti su una mappa, costruì il suo primo telescopio insieme al padre a 14 anni. Un’attività che al professore di fisica del liceo parve un segnale di allarme piuttosto che di talento: le consigliò di orientarsi verso le arti e di tenersi alla larga dalle scienze.

Vera lo ignorò con la serenità di chi sa già dove punta il telescopio.

Provò a iscriversi a Princeton per studiare astronomia. Princeton non ammetteva donne, e quella regola rimase in vigore fino al 1975. Si iscrisse a Cornell. Poi a Georgetown, dove frequentava lezioni serali perché lavorava part-time. Nel 1965, quando finalmente ottenne accesso all’Osservatorio di Monte Palomar, divenne la prima donna a utilizzare la strumentazione. L’edificio non aveva un bagno per le donne. Lei disegnò una gonna di carta e la attaccò al simbolo del bagno maschile: problema risolto con l’efficienza di chi non ha tempo da perdere in drammi.

Quello che Vera Rubin scoprì negli anni Settanta, lavorando con il fisico Kent Ford su centinaia di galassie a spirale, è qualcosa che ancora oggi rende difficile prendere sonno se ci si pensa troppo. Le stelle ai bordi delle galassie si muovono alla stessa velocità di quelle al centro. Non dovrebbero. Secondo Newton, dovrebbero rallentare man mano che si allontanano dal nucleo, esattamente come i pianeti più lontani dal Sole. Invece no: stessa velocità, come se fossero tenute in orbita da una massa invisibile, enorme, avvolgente.

Quella massa invisibile esiste. La chiamiamo materia oscura. E costituisce circa il 27% del totale dell’universo. Aggiungete l’energia oscura (68%) e arrivate a questa conclusione: tutto quello che possiamo vedere, toccare, misurare, fotografare e discutere al bar rappresenta circa il 5% di ciò che esiste. Vera Rubin aveva trovato le prove che il 95% dell’universo era nascosto alla nostra percezione.

Vale la pena notare che Fritz Zwicky, astrofisico svizzero, aveva intuito qualcosa di simile già nel 1933, osservando anomalie gravitazionali negli ammassi di galassie. La comunità scientifica lo aveva ignorato per decenni. Rubin e Ford, con dati precisi su centinaia di oggetti, resero l’ipotesi impossibile da scartare.

Il Nobel per la Fisica non arrivò mai. Vera Rubin morì il 25 dicembre 2016, a 88 anni, nello stesso giorno in cui era nato Isaac Newton. Una coincidenza di quelle che sembrano troppo calibrate per essere casuali, come se il cosmo avesse il senso dell’umorismo.

Nel 2020 un osservatorio in Cile è stato rinominato in suo onore: il Vera C. Rubin Observatory. Operativo dal giugno 2025, cartograferà miliardi di galassie nei prossimi dieci anni. Lei avrebbe probabilmente trovato ancora troppo poco, nel senso migliore possibile.

Quando le chiedevano del Nobel mancato, Vera Rubin rispondeva (parafrasando):

In fin dei conti non siamo certi che la materia oscura esista, magari invece sono da cambiare le equazioni della gravità. Mi dispiace saperne così poco. A dire la verità, mi dispiace che tutti noi ne sappiamo così poco. Ma forse è proprio questo il divertimento. Non è così?

La domanda, credo, vale ancora.

Link: Vera Rubin: come una donna ignorata da tutti scoprì la materia oscura


Scoperte & Curiosità

Quello che non sapevo e ora sì: Marte non vuole i nostri microbi

Uno studio della Penn State University ha esposto i tardigradi, quegli animaletti microscopici con la resistenza termodinamica di un cinghiale quantistico, al simulante del suolo marziano. Risultato: Marte li ha fatti andare in quiescenza nel giro di due giorni. Il regolite marziano sembrerebbe avere proprietà che inibiscono attivamente la vita terrestre, una sorta di sistema immunitario planetario.

La suggestione è notevole: invece di preoccuparci di eventuali marziani che invadono la Terra alla H.G. Wells, potremmo essere noi la minaccia biologica, e il Pianeta Rosso si sta difendendo. Tutti i rover NASA rispettano protocolli di sterilizzazione che prevedono meno di una probabilità su 10.000 di trasportare un microorganismo vivo. Il che significa che i tardigradi con velleità spaziali devono ancora aspettare il momento giusto.

Link: Marte potrebbe avere una difesa naturale contro i microbi terrestri


La lettura intelligente: 7.000 pistole che suonano

Dal 2007, l’artista messicano Pedro Reyes pratica quello che chiama “disarm”: raccogliere armi confiscate dalle strade del Messico e trasformarle in altro. Prima in pale da scavo, con cui ha piantato 1.527 alberi. Poi in strumenti musicali: chitarre, percussioni, sassofoni, flauti, marimbe costruite da canne di fucile tagliate a misura. Oltre 7.000 armi smontate, fuse, riassemblate in oggetti che ora suonano.

L’installazione “Sounds of Disarm” è stata ospitata a Bergamo a fine febbraio nella Sala dell’Orologio di Palazzo della Libertà, uno spazio storico ribattezzato dopo la Liberazione, che accoglieva un archivio sonoro fatto di materia che prima uccideva. Reyes lo descrive così:

Come una sorta di esorcismo, la musica ha espulso i demoni.

Si può discutere quanto lontano arrivi la metafora. Ma l’idea che una pistola possa diventare un sassofono funziona meglio di molte argomentazioni per la non-violenza che ho letto quest’anno.

Link: L’artista messicano che trasforma le armi in strumenti musicali capaci di suonare


Tecnologia/AI: Luca Ward ha registrato la propria voce

Il doppiatore Luca Ward, voce italiana di Russell Crowe e Pierce Brosnan tra gli altri, ha depositato il marchio sonoro della propria voce per tutelarsi da potenziali utilizzi non autorizzati da parte dell’intelligenza artificiale. Una delle prime volte che accade in Italia in modo così formale e deliberato.

La questione non è banale: le voci dei doppiatori sono riproducibili con fedeltà crescente dai sistemi di sintesi vocale attuali, e il mercato del doppiaggio sintetico si espanderà. Che una voce possa essere proprietà intellettuale registrabile è un concetto legalmente interessante: nel 1948 sarebbe sembrata fantascienza, oggi è diritto commerciale. Ci si aspetta un’ondata di casi simili man mano che l’AI audio smette di suonare come un robot con il raffreddore.

Come evoluzione della saga AI e identità che seguo da qualche edizione fa, questo caso mi sembra uno dei più concreti: non riguarda lavori futuri astratti, ma la voce specifica di una persona specifica, già esistente, già replicabile.

Per approfondire: qui


Design/Arte: il suono come oggetto da progettare

Al Cooper Hewitt di New York è aperta fino ad agosto la mostra “Art of Noise”, dedicata al suono come elemento progettuale. Tre secoli di oggetti raccontano come il design abbia modellato il nostro rapporto con la musica e il rumore: fonografi, radio portatili, copertine di dischi iconiche, sistemi audio da collezione, installazioni immersive. Curata dal San Francisco Museum of Modern Art.

Vale la pena perché rovescia una prospettiva comune: di solito pensiamo al suono come effetto collaterale di un oggetto fisico. Qui invece il design nasce dall’intenzione di costruire come suona l’ambiente. Gli spazi in cui viviamo hanno una qualità acustica che generalmente ignoriamo fino a quando non diventa insopportabile, in un verso o nell’altro. Questa mostra suggerisce che era una scelta progettuale fin dall’inizio.

Link: Art of Noise


La Colonna Sonora

Marconi Union – A Lost Connection

Un intero album da ascoltare tutto d’un fiato. Ideale per viaggiare tra le stelle. Non servono altre parole.

Provare per credere: A Lost Connection


& Un’Altra Cosa

L’Osservatorio Vera C. Rubin, operativo dal giugno 2025 nelle Ande cilene, fotografa l’intera volta celeste dell’emisfero australe ogni pochi giorni. Il progetto si chiama LSST: Legacy Survey of Space and Time. In pratica, un film dello spazio in slow motion che durerà dieci anni e produrrà circa 20 terabyte di dati astronomici ogni notte.

Le prime immagini pubblicate mostrano dettagli e profondità che sembrano rendering digitali e invece sono fotografie reali del cielo vero. Se volete vedere che aspetto ha l’universo fotografato dalla fotocamera da 3,2 gigapixel più grande mai costruita, il sito del progetto raccoglie le prime immagini:

Eccole.

Non è interattivo come Patatap o Radio Garden, non fa ridere come l’Anatrullolo. Ma ha lo stesso effetto: il silenzio di fronte a qualcosa più grande di noi. Che è, forse, il miglior modo di chiudere una settimana.


Prima di Salutarci…

E anche questa settimana è fatta: il che significa che siamo andati avanti abbastanza a lungo da poterci permettere numeri che suonano solidi.

Questa edizione esce il giorno prima dell’8 marzo, e non è una coincidenza. La storia di Vera Rubin è una di quelle che non ha bisogno di aggiunta. Parla da sola, con la precisione di chi ha misurato centinaia di galassie e non ha sbagliato un dato.

Se trovate che valga la pena leggerla, condividetela. O semplicemente provate con un passaparola.

Buon sabato, e alla prossima esplorazione.


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