Edizione #33
Piante che imparano e ricordano per un mese, piante che cacciano vertebrati, e la scoperta che l'86% della biomassa terrestre funziona perfettamente senza cervello. Poi: un video sulla filosofia de...
Cose Belle & Altre Storie - Edizione #33
Sabato 21 marzo 2026 - Il buongiorno del weekend
Buongiorno, esploratori!
Un’altra settimana è volata via, e come ogni sabato mattina è il momento di fare il punto: cosa mi ha colpito, cosa vale la pena condividere, cosa merita di essere raccontato. Sette giorni di internet, libri, conversazioni e scoperte varie che ho raccolto per voi in 10 minuti (circa) di lettura.
Oggi è il primo giorno di primavera ufficiale, e il calendario arriva in ritardo: la vita a sei zampe si era già risvegliata da qualche giorno con un entusiasmo non richiesto. Ronzii ovunque, sciami che sfarfallano, finestre che non si aprono più con leggerezza. La natura ha riattivato le sue notifiche push e, come di consueto, non ha ritenuto necessario chiedere il permesso.
Già immerso in questo contesto di “il mondo organico fa le sue cose indipendentemente da noi”, questa settimana sono scivolato in un rabbit hole sul regno vegetale. Ne sono emerso con una certezza: sappiamo pochissimo dell’86% della vita su questo pianeta, e quel poco che sappiamo è già abbastanza per trovarlo straordinario e inquietante in egual misura.
Prendetevi un caffè (o quello che preferite) e iniziamo questa piccola collezione di cose belle & altre storie.
In questo numero
Piante che imparano e ricordano per un mese, piante che cacciano vertebrati, e la scoperta che l’86% della biomassa terrestre funziona perfettamente senza cervello. Poi: un video sulla filosofia dell’informazione che ridefinisce cosa significa sapere davvero qualcosa, un archetipo narrativo che spiega decine di film che già conoscete, e una mappa interattiva della spina dorsale fisica di internet. La colonna sonora di questa settimana è di un registro culturale che descriverò come “autentico”.
La Riflessione della Settimana
Il cervello era opzionale (le piante non l’hanno ricevuto il memo)
Partiamo da un esperimento che ha il fastidioso merito di rimettere in discussione categorie che sembravano acquisite.
La Mimosa pudica, quella pianta con le foglie che si chiudono al minimo contatto, viene fatta cadere ripetutamente da un’altezza di quindici centimetri. Dopo alcuni tentativi, smette di rispondere: ha imparato che quella specifica caduta non rappresenta un pericolo reale. Non è esaurimento fisico. Non è un riflesso che si consuma per ripetizione. È apprendimento. E ciò che lascia più perplessi è che questo apprendimento dura circa un mese.
Quasi un mese di memoria a lungo termine. Senza neuroni. Senza sinapsi. Senza nessuna struttura che assomigli anche lontanamente a quello che chiamiamo cervello.
Stefano Mancuso, direttore del laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale all’Università di Firenze, dedica buona parte della sua ricerca a documentare una proposta che suona provocatoria ma è sostenuta da numeri difficilmente contestabili: le piante sono intelligenti. Non in senso metaforico. Intelligenti nel senso tecnico più rigoroso, ovvero capaci di risolvere problemi, apprendere, comunicare, adattarsi. La differenza con il nostro concetto di intelligenza non è una mancanza delle piante. È una nostra difficoltà di misura.
Il dato di partenza è quasi offensivo nella sua semplicità. Le piante costituiscono l’86% della biomassa terrestre. Gli animali, incluso ogni essere con muscoli e cervello, sono lo 0,3%. Noi abbiamo costruito l’intera visione della vita, e il concetto stesso di intelligenza, sull’altro 0,3%.
La differenza strutturale fondamentale è questa: gli animali sono sistemi centralizzati e gerarchici. La rimozione di un organo vitale produce risultati prevedibili. Le piante sono sistemi distribuiti e ridondanti: nessun centro di comando unico, nessun singolo punto di failure. Un’architettura che qualsiasi ingegnere del software riconoscerebbe come superiore per fault tolerance, realizzata su scala biologica con qualche centinaio di milioni di anni di vantaggio sul nostro settore.
Questa intuizione ha radici storiche più lontane di quanto sembri. Aristotele aveva già separato il regno vegetale come dotato di “anima vegetativa”, una forma di vitalità propria e distinta. Lamarck nel 1809, nella Philosophie zoologique, propose che la sensibilità potesse precedere la motilità: le piante sentono, ma non si muovono. Darwin nel 1880 pubblicò “The Power of Movement in Plants”, documentando la capacità delle radici di rispondere agli stimoli ambientali con una sistematicità che lo portò a definirle equivalenti funzionali del cervello. Ci sono voluti circa centoquarant’anni per prendere quella direzione davvero sul serio.
Poi ci sono le carnivore, che meritano un discorso a parte.
Con oltre 750 specie censite, le piante carnivore rappresentano uno dei workaround evolutivi più eleganti della natura: crescendo in ambienti poveri di nutrienti (suoli acidi, torbiere, zone paludose), hanno semplicemente invertito la direzione del flusso energetico. Quattro meccanismi di cattura: l’imbuto letale (Nepenthes, Sarracenia), la tagliola a scatto (Dionaea muscipula, con un sistema a doppio impulso tattile che previene i falsi positivi), l’aspirazione sottovuoto (Utricularia) e la mucillagine appiccicosa (Drosera). La Nepenthes rajah può contenere 2,5 litri di fluido digestivo ed è documentata nel consumo di anfibi, roditori e piccoli uccelli. Uno studio condotto congiuntamente dall’Università di Toronto e dall’Università di Guelph ha rilevato che il 20% delle trappole di Sarracenia purpurea analizzate conteneva giovani salamandre.
Vale la pena notare che tra le prede abituali delle Drosera rientrano con frequenza i piccoli ditteri. La drosofila che nell’edizione #3 aveva prestato il proprio attention span come unità di misura si troverebbe, in questo contesto, in una posizione che definirei scomoda.
La vita non ha conquistato il pianeta attraverso il combattimento, ma attraverso la rete. Lynn Margulis, biologa.
La domanda da portarsi nel weekend: se l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, quante delle strutture che consideriamo prerequisiti dell’intelligenza sono soltanto i nostri prerequisiti?
Scoperte & Curiosità
Il video che vale la pena
Il video di Mancuso linkato nella Riflessione merita visione indipendente dal testo. Lo segnalo qui perché il formato video aggiunge dimostrazioni visive che il testo non può replicare: gli esperimenti sulla Mimosa, i confronti dimensionali, la presentazione dei dati sulla biomassa. Mancuso ha la capacità rara di presentare ricerca scientifica seria con registro accessibile senza mai scadere nella semplificazione. Se la Riflessione ha incuriosito, questo è il passo successivo naturale.
La lettura intelligente
Cos’è un’informazione? La domanda sembra semplice finché non si inizia a rispondere.
Il video sulla filosofia dell’informazione distingue tre tipi: quella strutturale (presente nel mondo, come la forma di una foglia, indipendentemente da chi la osserva), quella istruttiva (come le ricette: guida l’azione senza essere vera o falsa), e quella semantica o fattuale (l’unica suscettibile di essere giudicata come vera o falsa). La conoscenza, in questo schema, non è un accumulo di fatti isolati ma una rete giustificata di dati dove ogni elemento sostiene e viene sostenuto dagli altri.
Questa distinzione non è esercizio accademico: è necessaria. In un momento storico in cui “disinformazione” è diventata la parola del decennio, capire cosa intendiamo con “informazione” sarebbe un prerequisito ragionevole. Il video sostiene che il XXI secolo ha bisogno di una filosofia dell’informazione tanto quanto il XVIII aveva bisogno di una filosofia della natura. L’argomento è solido, e la trattazione è accessibile anche senza background filosofico.
Intrattenimento (mica) banale
Qualcosa che fa sorridere (ma non solo)
Uno dei test migliori per un’analisi cinematografica: dopo averla vista, il film che analizza ti sembra diverso.
Il canale Slimdogs ha fatto esattamente questo con un archetipo che probabilmente riconoscete per istinto ma non avete mai nominato: il “tizio con un problema”. La struttura è questa. Un personaggio ordinario, senza colpa iniziale, viene travolto da una fatalità imprevedibile e deve usare capacità normali per sopravvivere a situazioni di vita o di morte da cui non può fuggire. Die Hard, The Bourne Identity, Hunger Games, The Martian: tutti seguono questa geometria narrativa con una coerenza che sorprende solo finché non la si è identificata.
Il dettaglio che distingue questo archetipo dalla tragedia classica è l’assenza di colpa iniziale. Il protagonista non ha fatto nulla per meritarsi quello che gli sta capitando. È innocente e ordinario, travolto dalla fatalità: questa combinazione permette al pubblico di identificarsi completamente senza dover giudicare. È un meccanismo di empatia pura, e funziona con efficacia quasi industriale da almeno quarant’anni.
L’analisi è di quelle che cambiano retrospettivamente la percezione di film già visti. Per alcuni è un arricchimento. Per altri è il modo più rapido per non riuscire a guardare Die Hard come prima. Entrambe le esperienze valgono la visione.
La Colonna Sonora
Ogni settimana c’è un brano. Questa settimana c’è “La zucchina in Chatroulette”.
È uno sketch comico del web italiano. Un anziano scopre sul tablet della nipote un contenuto che non si aspettava: una canzone demenziale che usa metafore ortofrutticole con un’allusività che definirei non particolarmente velata. Non è jazz. Non è nemmeno nelle vicinanze.
È qui per due ragioni. La prima: rappresenta una categoria di contenuti che internet produce ininterrottamente fin dal principio, quella del nonsense virale che esiste indipendentemente da qualsiasi discorso sulla qualità del web, e che continuerà a esistere quando avremo risolto tutti gli altri problemi digitali. La seconda: c’è qualcosa di universalmente riconoscibile nell’anziano protagonista che apre uno schermo convinto di trovarci materiale utile e ne esce con domande che preferiva non avere. La condizione descrive un’esperienza abbastanza comune.
È il primo giorno di primavera. Me lo sono concesso.
& Un’Altra Cosa
Aprite questo link e prendetevi qualche minuto.
Quello che vedete è la mappa dei cavi sottomarini in fibra ottica che reggono fisicamente internet. Non i server. Non i data center. Non le antenne. I cavi veri, posati sul fondo dell’oceano, che trasportano la quasi totalità del traffico di dati globale tra i continenti.
La mappa è interattiva. Ogni cavo ha un nome, uno sponsor, una data di posa e un percorso che potete seguire da una costa all’altra. Ci sono centinaia di sistemi, dai grandi cavi transatlantici a quelli regionali che collegano isole e arcipelaghi.
La cosa che colpisce non è la quantità, ma la fisicità. Internet è descritto comunemente come una nuvola, qualcosa di diffuso e immateriale. In realtà è un’infrastruttura concreta: fili sul fondo del mare, cavi lungo le coste, punti di approdo geograficamente precisi. Quando si parla di geopolitica digitale (e se ne parla sempre di più), questa mappa è il punto di partenza più onesto disponibile.
C’è un dettaglio che vale notare: ogni tanto un cavo si interrompe. Le cause ufficiali sono solitamente indicate come “attività di ancoraggio” o “frane sottomarine”. La mappa vi aiuta a capire perché quella parola, “accidentalmente”, meriti qualche riflessione aggiuntiva.
Stupida? No. Ipnotica? Assolutamente.
Prima di salutarci…
E anche questa trentatreesima settimana è fatta.
Piante che ricordano, piante che cacciano, filosofia dell’informazione, archetipologia del cinema d’azione, cavi sul fondo del Pacifico e una zucchina. Se c’è un tema trasversale in tutto questo, è probabilmente che il mondo è più strano e più sofisticato di quanto sembri a prima vista. Vale per la Mimosa che ricorda per un mese. Vale per i cavi sul fondo dell’oceano. Vale anche, in un senso tutto suo, per la zucchina.
Se qualcosa vi ha incuriosito, se avete passato mezz’ora sulla mappa dei cavi, o se avete un’opinione sull’intelligenza vegetale, fatemi sapere. È il tipo di conversazione che vale la pena.
Buon sabato, e alla prossima esplorazione!
PS: Questa newsletter ha come unico scopo quello di condividere curiosità e belle scoperte. Tutti i link e i contenuti sono selezionati a titolo personale e gratuito.
Se sei arrivato fin qui, evidentemente qualcosa ti ha incuriosito. Bene! Puoi iscriverti per ricevere queste piccole collezioni ogni sabato (promesso, non spammo), oppure condividerle con chi secondo te potrebbe apprezzare. O entrambe le cose, che non guasta.
